Letture

Master “Gestione Naturalizzata del Cavallo”

Con decorrenza 7 novembre è stato pubblicato dalla Università di Teramo il bando di concorso per l’accesso alla frequenza del Master di primo livello “Gestione Naturalizzata del Cavallo”.

http://www.unite.it/UniTE/Didattica/Master_corsi_di_formazione_2017_2018/Gestione_naturalizzata_del_cavallo

Sulla stessa pagina alla voce Foreign student ho desiderato venisse inserita una minima informativa per lo studente straniero:


Foreign student I wrote for you an introduction to this Master. I hope to receive questions and questions. Feel free to contact me. If we do not reach enough application this master will be offered again the next year. Keep in touch.

Dear foreign students and graduates,

simply we like to give you and to the professionals some information introducing the new Master “Gestione Naturalizzata del Cavallo”or in english “Horses, the Natural Way”. The course should start march 2018.

An introduction of 3 weeks covers principles of biology, istology and comparative anatomy, first aid
technique. The core theory, 4 weeks, will introduce the student to partnership, hoof care, nutrients requirements of horses and other subjects of study. Terrain drainage, shelter construction, fencing.

During the “open air” activity (6 weeks) and the all day long life with the horses, their hooves trimming and care, the target is to underline a particular matter everyday. That could be partnership,parasitology and fecal egg
count, harness and carriages, hay analysis, training, diet and more. We plan to have biologists, engineers, trainers, farmers, chemists, vets supporting to give to the students the better possible idea and informations about the many
problems it is possible to encounter.

The “open air activity” that follows the indoor activity will take place in a rescue centre, a breeding facility, riding schools. Finally the exam is a version of what is asked to join the American Hoof Association as an Apprentice.

This Master wants to answer to the world wide demand of professionals that are asked to be able to guide who works around the horses, owners and breeders first, to reach and have an ethical and humane, effective and cheap, behavior.

This Master is an expression of the barefoot movement that wish to be totally iron free and his techniques that look at the performance without to forget the animal wellness and dignity.
During the last century and two world wars most of our life is changed. At least in the western emisphere we are free from the heavy fatigue of the past. Other problems continually arise but if we will be able to understand that humans have primary necessities and our total number is of a major concern we can win and survive. It seems difficult. To discover that animals are in need of space and that space is directly related with food and dignity could get humans to reflect on themselves and our finite world. Horses can help us again. For sure we can help them the natural way.

The course is opened to all graduates. Auditors not graduated are welcome and allowed to subscribe. In the case of foreign students the lessons will be given both in italian and english language. It is an opportunity too for the italian students to improve their knowledge. The books and lecture notes are in english. P.Ramey, J.Jackson,K.Watts, E.Kellon, R.Bowker, D.Taylor, others. Some notes from my articles and european vets from the eighteenth century till today. Bracy Clarks, H.Strasser. If the number of 15 students is not reached (date
to apply ends december 31) the course will be presented again the nex autumn. To the applicant interested to the cost of the course. That was determined 4000 euro. The student has to remember that her or his has to face daily expenses for 13 weeks spread during the year.


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Il Master che da qualche anno mi veniva chiesto di elaborare nel Programma prende così finalmente vita. La possibilità di istruire secondo i principi e metodiche del  Movimento Barefoot  laureati provenienti da ogni corso di laurea anche se  elettivamente provenienti dalla facoltà di veterinaria e di scienze mi è stata offerta dal prof. Lucio Petrizzi nella stessa Università che anni orsono ha ospitato Jaime Jackson per una presentazione.

Nel Programma che ho elaborato le tecniche per il mantenimento dello zoccolo scalzo occupano una parte importante. Per un eguale però se non maggiore tempo lo studente sarà impegnato nello studio del complesso di molte altre materie che fanno capo all’Igiene ed alla Medicina Preventiva. Obiettivo del Master infatti è la Gestione nel suo complesso, di cui il  pareggio dello zoccolo è parte.

Dopo una necessaria introduzione di Biologia Generale, Istologia ed Anatomia Comparata ed un cenno alle pratiche di Pronto Soccorso il corso si addentrerà nello studio dell’ambiente e come meglio concepirlo ed utilizzarlo per salvaguardare le necessità di specie del cavallo e conseguentemente il suo benessere. Esposizione, orografia, recinzione, pulizia, costruzione di ricoveri e opere di drenaggio.

La partnership ovvero la capacità di instaurare un rapporto di fiducia e collaborazione con l’animale sarà oggetto di presentazione e di esercitazione diretta. Per questo sarà coinvolto come insegnante Gianluca Civeli di Certaldo che ha avuto per molti anni come mentore l’ex istruttore tre stelle del sistema Parelli Edwin Wittwer.

Altra materia di particolare rilevanza sarà l’alimentazione. Analisi del fieno e dell’erba, confronto con le necessità individuali dettate da sesso, peso, condizione ed attività secondo le indicazioni della pubblicazione Nutrients Requirements of Horses (NRC) edita dal Consiglio Nazionale delle Ricerche statunitense.

Durante la attività che ho chiamato di Tirocinio per sei settimane oltre ad occuparci dell’osservazione e cura in senso lato del cavallo e del suo zoccolo avremo ospiti di rilievo. Biologi, veterinari, ingegneri, farmacisti, fisici con i quali di volta in volta esamineremo diversi aspetti coinvolti nella Gestione. Gestione Naturalizzata è bene ricordare non naturale in quanto ci è possibile per conoscenza e possibilità avvicinarsi ma non eguagliare la condizione dell’animale a tutti gli effetti libero.

Per una dettagliata informativa sulle lezioni contattatemi liberamente. Il mio obiettivo prossimo futuro è quello di pubblicare su questo sito il dettaglio delle lezioni teoriche in aula e pratiche in campo al fine che altri possano utilizzare il mio lavoro come guida ed aiuto nell’organizzazione del proprio.

Una parola sull’utilizzo della lingua inglese. I testi sono in inglese, primo fra tutti “Care and rehabilitation of the equine foot” di Pete Ramey. Questo non dovrebbe spaventare lo studente anzi spronarlo. L’aiuto dei docenti ed il continuo passaggio dall’italiano all’inglese nei termini costituisce invece una occasione per impadronirsi di una lingua che da tempo è caratteristica irrinunciabile per ogni professionista. Di grande aiuto sarà il fisico Leonardo de Curtis che può passare in modo disinvolto dall’italiano al tedesco all’inglese.

Le formalità non hanno permesso di pubblicare il bando di concorso prima del 7 novembre 2017. La scadenza per l’iscrizione al corso è la fine dell’anno. Molto poco per sperare in un numero sufficiente di  iscritti. In questo caso il corso verrà riproposto l’autunno del prossimo anno con le stesse modalità.

Il movimento barefoot vede realizzata con l’offerta di questo Master l’opportunità della diffusione dei propri principi e tecniche. Principi e tecniche che con decisione allargo, grazie al Programma, alla necessaria ed etica gestione nel suo complesso ed alla rinuncia non solo dei ferri ai piedi ma del ferro in bocca. In questo ho trovato un particolare alleato nel prof. Petrizzi titolare dell’insegnamento di Patologia Chirurgica a Teramo e coordinatore del corso.

Spero con questo di rispondere alle necessità di un numero sempre maggiore di  proprietari di cavalli e di asini e di creare opportunità di lavoro per i giovani. Il programma è inteso a formare una nuova generazione di professionisti con capacità critica, teorica e manuale tale da realizzare  una gestione economica efficace ed etica.

Il Master sta trovando spazio via via su numerosi siti italiani e stranieri. Sulle pagine del polo universitario di Zurigo, siti di studenti di Berna, siti professionali americani e italiani come l’ordine dei medici veterinari di Lodi.

Grazie a coloro dell’Università di Teramo che fattivamente hanno permesso di portare a compimento l’offerta di questo Master. Per tutti la signora Monia Alessandrini abile costruttore della pagina web dell’ Ateneo.

Franco Belmonte, biologo e AHA certified practitioner.                                                              Trevignano Romano, novembre 2017

 

 

WWI-WAR HORSES,DOGS,MULES

Preface

Some years ago I could collect a lot of pictures regarding the WWI thanks to a relative, Alberto Zancolò, Longarone (Belluno). Those pictures and objects like letters, postcards, clothes, tools,were organized in an exhibition. Part of it is now available here on this website.

An introduction, historical and naturalistic descriptions introduce and follow the pictures of Dogs, war Horses, work Horses, carriages and sleds.  At the end a short section is related to the work animals today and to a brief description of what I do, with my group, teaching to horses and donkeys owners as well to professionals how to keep their animals the natural way. More “natural” means first animal well being then economy and satisfaction for the owner.                              

Enjoy the pictures, the story and my philosophy. The descriptions are available in italian, english and german languages.

You are allowed to use, print and spread all the pictures and texts. Please report this website. Are you interested to the real exhibition?  Contact me. It is free. You may have other informations translating the following preface in italian language.

Prefazione

Nel 2015 ho selezionato dalla collezione del cugino Alberto Zancolò di Longarone immagini di animali impiegati per carico, spostamenti su ruote e slitta, come portaordini e cerca feriti o direttamente in battaglia durante il primo conflitto mondiale. La maggior parte delle fotografie e disegni provengono da riviste e periodici dell’epoca. Famosa la “Domenica del Corriere” che i lettori più anziani dovrebbero ricordare ancora accompagnata al Corriere dei Piccoli. Grazie ad Alberto, Rossella e il fotografo Marco Bau di Bracciano ho potuto organizzare il materiale e portarlo  in tipografia a Trevignano Romano. Gianni Fragione si è occupato della stampa ed ha contribuito con i suoi consigli alla preparazione della mostra fotografica. La qualità delle immagini risente dell’età delle stampe  e della loro condizione.

Le immagini dei cavalli da sella e carrozza, dei cavalli e muli da lavoro, dei cani, sono raccolte in tre serie cui se ne aggiunge una quarta dedicata alle maschere antigas di cui erano dotati tutti gli animali ed una quinta dedicata all’arte del pareggio dello zoccolo dei cavalli che godono oggi di una naturalizzazione della gestione. Ogni serie di fotografie è preceduta da una breve descrizione storica. Gran parte del materiale che costituisce la mostra fotografica é ora disponibile qui sul sito.

Le brevi descrizioni sono di volta in volta storiche o naturalistiche. Le storiche raccontano l’impiego degli animali in guerra, quelle naturalistiche illustrano la gestione degli animali che oggi come ieri  può essere finalizzata allo sfruttamento bieco e diretto o invece, se colta e programmata, tenere in conto il benessere e la longevità con migliori risultati ma anche  economia a lungo termine. I riquadri in italiano sono la copia dei grandi pannelli esposti tra le fotografie degli animali, le traduzioni in inglese e tedesco  erano disponibili in fascicoli. Anche per questo la veste tipografica qui su internet non è così omogenea come nella realtà espositiva. Spero insieme ad Alberto che guardiate alla sostanza più che alla forma. I testi in italiano sono in riquadro, i testi in inglese in corsivo per distinguerli da quelli in tedesco.

Potete copiare e disporre delle immagini citandone questo sito come provenienza. Chi desiderasse ospitare la mostra reale insieme ad oggetti, documenti, riviste del tempo non ha che da chiederlo. Alberto dispone di raccolte di riviste, medaglie, lettere, uniformi. Una comunicazione autografa di Cesare Battisti ed altro materiale epistolare da collezione.


CAVALLI DA SELLA

Introduction

This exhibition brings together some material belonging to the Zancolò family. Alberto inherited a lot of items such as newspapers, uniforms, military issue and personal items. Here, we present a selection of these objects relevant to the theme of animals and their utilisation as part of the war effort. Horses and donkeys who had hard enough lives in the service of agriculture or pulling wagons and carriages were conscripted by the military. Shepherd dogs were also confiscated and put to work for the army. These service animals faced an unpleasant destiny. Donkeys, mules, and horses, once unable to work, were slaughtered as meat for the soldiers. Dogs were mostly abandoned to starve or shot.
This exhibition is in remembrance of the millions of animals who bravely served alongside human soldiers and gave up their lives. In parallel with illustrative panels of history, a number of other panels simply describe some aspects of the past and present of the animals and their consequences. With the use of animals it was assumed and to a large extent still is today, that severe shoeing and mouthpieces are a ‘necessary evil’. These objects and techniques are useful to manage and obtain an immediate response from the animal to man’s request by the threat of pain. It was not always so, although many believe it to be true.
Mouthpieces are similar to the ring in a bull’s nose or the ox frogette.
We want to remember the tragedy of animals in war but also to draw your attention to this most subtle and continuing violence.
The perception of reality is distorted to the point that many believe that horses cannot walk if unshod and to deprive them of shoes is a cruelty when the exact opposite is true. Shoeing resembles the practice of binding medieval Chinese women’s feet.
“The domestic horse often worked without a bit and with the reins just resting across their withers, the farmer or forester’s hands were otherwise employed and he ‘talked’ to the animal. It was the horses of the nobility or carriage horses who were used with more or less severe mouthpieces”. (In memory of Antonio Broglia, coach of the italian national team.)
Alongside the horses, donkeys and mules there were many working dogs. Little friends employed in towing sleds, carts and as fast runners. They are rightly devoted many images but are even more forgotten than the horse. The idea that we have of a work animal is in fact mainly that of the mule.

Einführung

Das Material für diese Fotoausstellung stammt z.T. aus dem Besitz der Familie Zancolò, Del Vesco.
Alberto hat von seiner Verwandtschaft aus der Gegend um Feltre und aus Kärnten eine große Anzahl von Zeugenaussagen, Gegenständen, Zeitschriften und Zeitungen der damaligen Epoche geerbt. Hier stelle ich Ihnen das vor, was sich mit dem Thema der Ausstellung verbinden läßt, nämlich die Tiere und ihre Nutzung während des Großen Krieges.
Die landwirtschaftlichen Arbeitstiere, Zug- oder Lasttiere, die Hirten- und die Haushunde, die schon durch die elenden Lebensbedingungen heruntergekommen waren, wurden militarisiert. Sie wurden zur Selektion und zur Abrichtung verschickt, um dann unterschiedlicher Nutzung zugeteilt zu werden. Dasselbe Schicksal, die Schlachtung, traf alle arbeitsuntauglich und kraftlos gewordenen Tiere gleichermaßen, sowohl die Arbeitspferde als auch die Esel und die Maultiere, wie es übrigens auch heute noch geschieht. Wurde schon das menschliche Leben geringgeschätzt, so das tierische noch geringer, es sei denn, es hatte ökonomischen Wert.
Wir wollen der Millionen Tiere an der Seite der Soldaten gedenken. Die Einzelnen sind in der großen Zahl untergegangen, es bleiben Mühen und Leid.
Parallel zu den Bildtafeln erklären weitere Schautafeln auf einfache Weise einige Aspekte der Tierhaltung sowie ihre Konsequenzen in Vergangenheit und Gegenwart.
Die Nutzung der Tiere setzt die Behufung und den strengen Einsatz von Trensen voraus, was auch heute noch weit verbreitet ist. Diese Instrumente und Techniken sind nützlich für die Leitung des Tieres und zur Erhaltung einer unmittelbaren Antwort des Tieres auf die Forderungen des Menschen mittels Drohung von Schmerzen. Das war nicht immer so, auch wenn viele es glauben.
Die Trensen entsprechen dem Nasenring des Stieres bzw. der Bullen.                                         Hier wollen wir der Tragödie der Tiere im Krieg gedenken, aber eure Aufmerksamkeit auch auf die subtile und fortdauernde Gewalt lenken. Die Wahrnehmung der Realität ist derart verdreht, dass viele glauben, die Pferde könnten nur mit Hufeisen gehen und ihnen diese zu entfernen, wäre eine Grausamkeit, wobei in Wahrheit das Gegenteil der Fall ist. Die Behufung hat ein ähnliches Resultat zur Folge wie die Praxis der Einengung des Fußes der chinesischen Frauen im Mittelalter.
“Das zivile Pferd arbeitete oft ohne Trensen oder mit losen Zügeln, denn der Bauer oder Holzfäller war mit den Händen oft anderweitig beschäftigt und “sprach” mit dem Tier. Im Gegensatz dazu hatten die Pferde der Gutsherren und die Kutschpferde mehr oder weniger harte Trensen. (Antonio Broglia).                                                                                                         Außer den Pferden, Eseln und Maultieren arbeiteten auch die Hunde. Kleine Freunde, vor die Schlitten oder Karren gespannt oder schnelle Überbringer von Befehlen. Ihnen sind zu Recht viele Bilder gewidmet. Sie sind noch mehr in Vergessenheit geraten als die Pferde. Tatsächlich denken wir bei der Vorstellung eines Arbeitstieres meist an das Maultier.


 

cavalli da sella e da carrozza, descrizione


Saddle and carriages horses. War horses.

Following the pattern of previous wars where conventional forces were based on the massive use of infantry, artillery and cavalry, the various armies entered the 1915-18 conflict with a high number of cavalry regiments.
Italy – 30 regiments, Austria Hungary – 44 and Germany more than 60.
One of the first clashes involving the Italian cavalry, took place in the mountains of the Dolomites in Passo Monte Croce, Comelico. A group of Tyrolean Standschützen faced a hundred Italian cavalrymen advancing in linear formation unaware of the presence of the Tyrolean soldiers hidden among the rocks.
From the reports of the battle, the initial under-estimation of the Italian command about the war in the mountains soon became clear.
Uniforms with gold braid, white horses for the officers, entry into enemy territory in parade formation were just some of the unexpected sights that the enemy looked upon in disbelief.
Result: a dozen riders killed and dozens of horses slaughtered.
It was realized early on that classic formations and cavalry charges would be useless against an enemy no longer deployed frontally but hidden in trenches protected by barbed wire and modern machine guns.
The Italian cavalry was almost completely dismounted then and most of its armed forces transferred to other units.
It is estimated that of approximately 3,000 officers, 800 changed corps and of about 24,000 soldiers, 13,000 had to be re-assigned to other specialties.
But from necessity comes virtue, and so with the retreat of Caporetto the cavalry was re-organized quickly and sent to protect departments retreating from the Austrian offensive with the task of hindering as much as possible the advance of the enemy forces.
A task that would be performed in two battles, that of Tagliamento and Pozzuolo del Friuli, but with the sacrifice of about half of its men.
It was not until the Battle of Vittorio Veneto that it was possible to appreciate the true capabilities of the cavalry when it was asked to launch an attack against the retreating enemy.
Until the armistice, the cavalry would be used in a number of episodes in which it managed to dismantle and overcome opposing defences being the first to enter conquered towns and cities.
Although the cavalry was now clearly going to disappear from the scenarios of war, it was still used occasionally.
Famous were the last cavalry charges in the Italian Second World War. Isbuscenskij in Russia on August 24, 1942 is considered the last cavalry charge in history. With a saber charge, the Italian cavalry managed to break the Russian front, which had encircled fallen Italian troops allowing them to retreat. Less famous is that of Poloj, Yugoslavia October 17, 1942, where, with various manoeuvres and charges, the Italian cavalry got the better of many of Tito’s forces.
With these last two battles the horse finished its millennial military service.

Reit und Kutschpferde

Wenn man das Schema des herkömmlichen Einsatzes der Streitkräfte nach dem Modell der vorangegangenen Kriege verfolgt, das den massiven Einsatz von Infanterie, Artillerie und Kavallerie vorsah, so zogen die verschiedenen Armeen mit einer hohen Zahl an Kavallerie-Regimentern in den Krieg der Jahre 1915-18. Italien bot 30 Regimenter auf, Österreich 44 und Deutschland sogar 60. Eines der ersten Gefechte, in das die italienische Kavallerie verwickelt war, fand in den Bergen der Dolomiten am Pass Monte Croce Comelico statt. Eine Gruppe Tiroler Standschützen trat etwa hundert Soldaten der italienischen leichten Kavallerie entgegen, die ohne etwas von der Gegenwart der in den Felsen versteckten Tiroler Soldaten zu ahnen, in linearer Formation vorrückten. Aus dem Bericht des Gefechts wird die anfängliche Unterschätzung des Bergkrieges seitens des italienischen Kommandos sofort klar.        Uniformen mit goldenen Tressen, weiße Pferde für die Offiziere und der Eintritt in feindliches Gebiet in Formation einer Parade sind nur einige der Seltsamkeiten die, die ungläubigen Feinde zu sehen bekamen. Das Ergebnis: Ein Dutzend gefallener Kavalleristen und Dutzende getöteter Pferde. Man wurde sich sehr schnell bewusst, dass die Formationen und die klassischen Angriffe der Kavallerie gegen einen Feind, der nicht mehr frontal aufmarschierte, sondern in Schützengräben versteckt lag, die mit Stacheldraht und modernen Maschinengewehren gesichert waren, unwirksam gewesen wären. Die italienische Kavallerie musste demnach fast komplett absitzen und der größte Teil der Truppenstärke wurde zu anderen Waffen versetzt. Man rechnet, dass von 3000 Offizieren 800 ihr Regiment wechselten und von ungefähr 24.000 Soldaten 13.000 in andere Fachgebiete versetzt werden mussten. Doch aus der Not macht man eine Tugend und nach dem Rückzug Caporettos wurde die Kavallerie in Eile neu organisiert und entsandt, um die Abteilungen, die sich von der österreichischen Offensive zurückzogen, zu schützen und so weit wie möglich das Vorrücken der feindlichen Streitmacht zu behindern. Eine Aufgabe, die sie in zwei Schlachten erfüllte, in der von Tagliamento und in der von Pozzuolo in Friuli, aber ungefähr die Hälfte der Truppenstärke wurde dabei geopfert. Damit man die wahre Leistungsfähigkeit der Kavallerie wieder wertschätzen konnte, musste man bis zur Schlacht von Vittorio Veneto warten, in der von den Truppengattungen gefordert wurde, gegen den Feind auf Rückzug vorzugehen. Bis zum Waffenstillstand wird die Kavallerie in einer Reihe von Vorfällen eingesetzt, bei denen es ihr gelingt, die feindliche Abwehr zu demolieren und zu überwinden und als erste in die Ortschaften und eroberten Städte einzudringen. Auch wenn nunmehr die Kavallerie offensichtlich dazu bestimmt war, vom Szenarium der Kriege zu verschwinden, wurde sie noch gelegentlich eingesetzt. Berühmt sind die letzten Angriffe der italienischen Kavallerie im Zweiten Weltkrieg geblieben. Derjenige von Isbuscenskij in Russland am 24. August 1924 wird für den letzten Angriff der Kavallerie in der Geschichte gehalten. Mit einem Angriff mit Säbeln gelang es der italienischen Kavallerie, die russische Umzingelung zu durchbrechen, in die die italienischen Truppen auf dem Rückzug geraten waren, und ermöglichten ihnen so die Befreiung. Weniger berūhmt ist der Angriff von Poloj in Jugoslawien am 17. Oktober 1942, bei dem die italienische Kavallerie mit verschiedenen Manövern und Angriffen zahlreiche Abteilungen Titos besiegte.                                                                                                                                            Mit diesen beiden Schlachten ist der tausendjährige Militärdienst des Pferdes beendet.

Senza titolo-1German cavalryman

Senza titolo-5Australian cavalry

Senza titolo-6English cavalry, Hauts – de – France, Amiens

Senza titolo-43German mountain army

Senza titolo-44English artillery

Senza titolo-45English artillery

Senza titolo-46Post card ” Regards and wishes from Amedeo”

Senza titolo-47Turkish cavalry

Senza titolo-48Italia cavalry, Udine

Senza titolo-49Cavalry from India

Senza titolo-50Italian cavalry crossing Monticano river

Senza titolo-51Russian cavalry

Senza titolo-52Italian cavalry

Senza titolo-53Russian cavalry

Senza titolo-54General Cadorna

Senza titolo-55Turkish cavalry on the road towards Palestina, spring 1917

Senza titolo-56Italian soldiers and cavalry, Asiago plateau

Senza titolo-57Senza titolo-59Portugal cavalry on training

Senza titolo-60Russian cavalry, patrol

Senza titolo-61Italian cavalry, entering Trento

Senza titolo-62English artillery. Very fast! Look at the pastern of the horse on the left and the wheels of the carriage.

Senza titolo-63Caucasian cavalry

Senza titolo-64Royal artillery

Senza titolo-65Italian cavalryman. Look at the mouth of the horse. And his unhappy expression

Senza titolo-66One horse is painted. Officers had, very often, white horses. They were the first target…

Senza titolo-67Uhlans. Poland. They were armed with saber and revolver.


 

CAVALLI DA SELLA

Dogs

In a time when everything was use for ‘the war effort’, even dogs were seen, used and requested for this purpose. In the Austro-Hungarian Empire, there was a ‘canine military service’. German Shepherds, Rottweilers, Dobermans and Terriers were in demand. The dog’s master was bestowed a sum and the promise that, if at the end of the war the dog was still alive, he would be returned. Already in 1916, Germany went to war with approximately 6,000 dogs trained in various tasks and 1,600 of them saved over 31,000 wounded in combat zones in Russia and Romania. The Italian army began to use them on the Adamello, replacing the mules who could not climb the icy paths at high altitude. At the end of the conflict it is believed that of all the dogs ‘enrolled’ in the various armies, about 36% were reported missing or dead.
From the existing photos in which they appear, our little friends are only shown receiving attention, cuddles and having a good working relationship with the soldiers but very often these photos were pure propaganda designed to show how, thanks to the use of dogs in the various tasks assigned to them, the soldier’s life was not so hard. There are no photos showing the reality of the conditions and the suffering of dogs in war. There were two types of dogs in wartime: working dogs and mascots. The latter if you notice, are almost all small in size, ‘less occupied space, less food, less attention, less care required and easy to transport in case of necessity.’ Working dogs, which in theory should have received more attention, were often exploited beyond their physical capabilities. Regulations for dogs in the Habsburg army, established punctilious duties and rights. For working dogs, a dry shelter, a veterinarian and three pounds of meat a day were prescribed ……….. (in 1916 the Austrian soldiers received 400g of meat per day which was reduced to 200g in 1918).
For strategic needs, due to fast movements at the front or even faster withdrawals, the packs of dogs, unless specifically ordered by the command, were literally abandoned to their fate, simply because there was no time to take care of them. The lucky ones, if released, would have had the fate of strays, until they entered the crosshairs of a soldier’s gun; the others would have awaited death, always hoping that their master would return and free them from the chains to which they had been left bound.
In war, dog’s loyalty to man was almost never repaid.
Karl Kraus in The Last Days of Mankind writes a poem titled Two War Dogs Attached To A Machine Gun. It’s a terrible load but we pull it just the same as we are faithful unto death. How lovely was God’s shining sun! But the devil called and the dog ran to the summons.
Perhaps you thought that sled dogs existed only in books by Jack London or that the first European dog sled mushers were those which imported the sport of dog sledding from the American continent.
Sleds and dogs harnessed together in pairs, troika, in fours, side by side or in columns are a reality of the last century and not a particularly happy one. These dogs, which often resembled the Maremma but, more generally, any dog deemed acceptable even if a gentle greyhound, were used as an alternative to the horses and mules.

Hunde

In einer Zeit, in der alles für “kriegerische Bemühungen” benutzt wurde, wurden auch die Hunde für diesen Zweck bestimmt angesehen, angefordert und benutzt.
In Österreich – Ungarn gab es die “Hundewehrpflicht”.
Rottweiler, Schäferhunde, Dobermann und Terrier wurden dafür gesucht. Der Besitzer wurde für den Hund bezahlt und man versprach ihm, dass der Hund ihm, falls er den Krieg überlebte, zurückerstattet werden würde.
Deutschland trat mit ca. 6000 dressierten Hunden für die verschiedensten Arbeitsaufgaben in den Krieg ein; schon 1916 hatten 1600 Hunde 31.000 verletzte Soldaten auf den Schlachtfeldern in Russland und Rumänien gerettet.
Die italienische Armee begann auf dem Adamello Hunde als Ersatz für Maultiere einzusetzen, die die vereisten Wege in großer Höhe nicht begehen konnten.
Man schätzt, dass am Ende des Krieges von allen in den verschiedenen Armeen eingesetzten Hunden ca. 36% gestorben oder vermisst sind.
Auf den Fotos, die von unseren kleinen Freunden existieren, sieht man nur die Aufmerksamkeiten, die Liebkosungen, die Arbeit und die Symbiose mit dem Soldaten ; allerdings waren diese Fotos oft nur in propagandistischer Absicht gemacht worden, um zu zeigen, dass das Soldatenleben dank dem Einsatz des Hundes und seiner verschiedenen Aufgaben nicht so hart war.
Es gibt dagegen keine Fotos, die die wirklichen Zustände und Leiden, denen die Hunde im Krieg ausgeliefert waren, wiedergaben.
Die Hunde litten im Krieg, aber man sollte es nicht sehen.
Es gab zwei Arten von Hunden im Krieg, die Arbeitshunde, und die Maskotten. Letztere sind, wenn man genau hinsieht, fast alles kleine Hunde,d.h. “weniger Platz, der eingenommen wird, weniger Fressen, weniger Beachtung, weniger Zeit, die gewidmet werden muss und leichter Transport im Notfall.”
Die Arbeitshunde, die theoretisch mehr Beachtung erfahren sollten, wurden oft über ihre physische Belastbarkeit hinaus ausgenutzt.
Die Vorschriften für die Hunde des habsburgischen Heeres setzten die Pflichten und Rechte sehr sorgfältig fest.
Für die Arbeitshunde waren ein trockener Lagerplatz, ein Tierarzt und anderthalb Kilo Fleisch pro Tag vorgeschrieben……(den österreichischen Soldaten standen 1916 400gr Fleisch am Tag zu, die sich 1918 auf 200gr reduzierten).
Aber aus strategischen Gründen, d.h. aufgrund der schnellen Verschiebungen der Fronten oder der noch schnelleren Rückzüge, wurden, soweit nicht anders vom Kommandanten verordnet, die Meuten der Hunde buchstäblich ihrem Schicksal überlassen, einfach deshalb, weil keine Zeit blieb, sich ihrer anzunehmen.
Denjenigen von ihnen, die mehr Glück hatten, blieb nur das Streunen, bis sie nicht ins Visier des Gewehrs eines Soldaten gerieten. Die anderen hätten nur auf den Tod warten können, stets in der Hoffnung, dass ihr Besitzer zurückkehrte, um sie von den Ketten zu befreien, an denen er sie zurückgelassen hatte.
Im Krieg wurde die Treue des Hundes gegenüber dem Menschen fast niemals vergolten.
Karl Kraus schreibt in “Die letzten Tage der Menschheit” eine Poesie mit dem Titel “Zwei Kriegshunde an ein Maschinengewehr gespannt”

Wir ziehen unrecht Gut. Und doch wir ziehen.
Denn wir sind treu bis in die Todesstund.
Wie war es schön, als Gottes Sonne schien!
Der Teufel rief, da folgte ihm der Hund.

Vielleicht glaubtet ihr, dass die Schlittenhunde nur in den Büchern von Jack London existiereten oder dass die ersten europäischen Schlittenhunde die der Musher wären, die den Sport des sleddog aus Amerika importiert hatten.
Schlitten, Geschirr, Zweier- Dreier-Vierergespanne mit Hunden, die nebeneinander in einer Reihe oder hintereinander laufen, sind eine Realität aus dem letzten Jahrhundert und nicht unbedingt glücklich. Diese Hunde ähnelten dem Maremmabewohner, aber im Allgemeinen wurde jeglicher Hund, der für geeignet gehalten wurde, selbst ein empfindlicher Windhund, alternativ zu den Pferden und Maultieren eingesetzt.

Senza titolo-2Senza titolo-3Italian sled dogs. Adamello mountain. About 100 miles north est of Venice. Many dogs were abandoned during and after the war.

Senza titolo-38Austrian army.

Senza titolo-20Italian army. Adamello mountain.

Senza titolo-21Austrian dogs.

Senza titolo-22Rescue dog

Senza titolo-23A messenger.

Senza titolo-24Search and rescue.

Senza titolo-25Sled dogs.

Senza titolo-27Water transport. Monte Grappa area, 50 miles north east Venice.

Senza titolo-28Austrian dogs.

Senza titolo-29With or without pedigree, soldiers.

Senza titolo-30Supplies for troops.

Senza titolo-31Belgian carabinieri, Antwerp. (carabina means rifle).

Senza titolo-32Companion dog.

Senza titolo-33Pulling a cart

Senza titolo-34Senza titolo-35Senza titolo-36Messenger.

Senza titolo-39Senza titolo-40Pulling a little gun.

Senza titolo-41Water.

Senza titolo-2An article describing the life and training of the dog. Search and rescue. The article describes the many difficulties to find wounded men hidden at night or during the battle.

Senza titolo-1Some stay and bark when they find a wounded man, others are trained to report to the instructor. 3 russian dogs were able to find 23 wounded….


Gas masks

This section describes masks for protection of the animals. Translation not available. Let me know if you can provide it. 

Senza titolo-14Senza titolo-13Senza titolo-12Senza titolo-105Senza titolo-11


CAVALLI DA SELLA

Horses and Mules

The only thing that saddle horses and work horses had in common was birth.
Both were horses, but the their “social class” marked the destiny of the two animals in war. If for the proud saddle horse, even though regarded as a weapon, there was always a blanket, food and care, for the working horse there was only hard work and exploitation until every ounce of strength had been consumed.
The care and attention to these animals, was the minimum necessary to maintain them in work because they were considered mere objects, vehicles to be fixed when they broke down only if they would work again, other wise they were destroyed.
This, “in every army”, was the destiny of the draft horses.
If they didn’t die torn apart by bombs, the work horses died of fatigue, starvation or were slaughtered to become the soldiers’ meat rations.
Mules had perhaps greater consideration.
While the horse often worked on the plains or in close contact with the dangers of the front line and were available to everyone, the mule, albeit with heavier loads and perhaps more strenuous tasks, was operating in the mountains and became a companion of the alpine soldier who led them.
This substantial difference, was transformed into a major consideration and respect so that various monuments remember the value and sacrifice that these animals have contributed to the war alongside the alpine military corps.
Monuments with draft horses? None.
To clarify the profound difference of view that existed between the mule and the workhorse just take note of this “bureaucratic” curiosity:
To justify a soldier died in combat, it was enough to draw a line through a name on a list.
The loss of a mule required the filling out of the appropriate forms with answers to questions and accurate records.

Pferde und Maultieren

Das Einzige,was das Arbeits- und das Reitpferd gemeinsam hatten, war die Geburt.
Beide waren Pferde, aber die unterschiedliche “soziale Herkunft” bestimmte das Schicksal beider Tiere im Krieg.
Während für das stolze Reitpferd, das wie eine Kriegswaffe angesehen war, immer eine Decke, Futter und Fürsorge bereit waren, gab es für das Arbeitspferd nur Mühe und Ausnutzung bis ans Ende seiner Kräfte .
Die Fürsorge und die Aufmerksamkeit für diese Tiere waren auf den Gebrauch abgestimmt, für den das Mittel vorgesehen war, denn so wurden diese Tiere angesehen, als Transportmittel, als Fahrzeug, das weiterleben konnte, sofern man es, wenn es kaputt ging, noch reparieren konnte, wenn nicht, wurde es weggeschmissen.
Das war die Wertschätzung der Zugpferde “in jeder Armee”.
Wenn sie nicht durch Bomben umkamen, wurden die Arbeitspferde, getötet von der Schwerarbeit vom Fasten, oder durch Abschuss, geschlachtet.
Ihr Fleisch wurde dann die Mahlzeit des Soldaten.
Eine größere Wertschätzung wurde vielleicht den Maultieren zuteil.
Während das Pferd oft in der Ebene arbeitete oder den Gefahren der ersten Schlachtreihe ausgesetzt war, arbeitete das Maultier, auch wenn mit größerer Last und Mühe, in den Bergen und wurde ein Kumpel des Alpinisten, der es führte.
Dieser grundlegende Unterschied verwandelte sich in eine größere Wertschätzung und in Respekt, und zwar derart, dass verschiedene Denkmäler an den Wert und den Beitrag erinnern, den diese Tiere an der Seite der Alpinisten im Krieg geleistet haben.
Denkmäler für Zugpferde? Kein einziges.
Um die starke Differenz in der Wertschätzung von Maultier und Arbeitspferd zu erklären, genügt es, eine”bürokratische” Kuriosität zu zitieren.
Um einen in der Schlacht gefallenen Soldaten zu rechtfertigen, genügt es, einen Namen in einer Liste auszustreichen.
Der Verlust eines Maultieres erforderte die Ausfüllung dafür vorgesehener Formulare mit Antworten auf Fragen und präzisen Anmerkungen.

Senza titolo-1

Accessories and crampons. Ice and snow were slippery for the shod mule.

Senza titolo-8Senza titolo-68Camp in Italy. 34° artillery brigade.

Senza titolo-69Mules and italian soldiers in the Alps

Senza titolo-70German soldiers, Bruxelles.

Senza titolo-71Austrian ambulance.

Senza titolo-72Mountain artillery.

Senza titolo-73Austrian. Belluno, Italy.

Senza titolo-79Supplies, mules.

Senza titolo-80Supplies. High altitude, Alps.

Senza titolo-81Politicians, Eritrea.

Senza titolo-82British cavalry. Training.

Senza titolo-83The king, Vittorio Emanuele III.

Senza titolo-84A horse survived a gun shot!

Senza titolo-85German soldiers, Bruxelles.

Senza titolo-86Summer 1914, french and english retreat. Dead horses.

Senza titolo-87Obsequies.

Senza titolo-88Italian army. Trento.

Senza titolo-90Senza titolo-91Senza titolo-92Il tenente Del Vesco nominato nella fotografia era il nonno di Alberto Del Vesco cui si devono la maggior parte di queste fotografie, appartenenti alla sua vasta collezione.

Senza titolo-93Senza titolo-94Autumn 1916.

Senza titolo-95Senza titolo-96Austrian supplies.

Senza titolo-97Canadian artillery. Battle of Ypres. The mud was so deep that many mules sank and was not possible to save them. Gas Iprite was used the first time during that battle.

Senza titolo-98Requisition of means and animals. Italy.

Senza titolo-99Drosdovice. Common burial of animals and men. In danger of epidemics.

Senza titolo-100Senza titolo-101Austrian.

Senza titolo-102Senza titolo-103Spotlight.

Senza titolo-104Senza titolo-189


I pannelli che seguono riguardano la gestione e una introduzione alla storia della ferratura e del cavallo scalzo. Nella mostra fotografica reale sono distribuiti tra le fotografie. Qui mi è stato più facile riunirli.

A naturalistic description. Why the shoe, why the barefoot horse.  

English translation thanks to Shona Hagger, veterinary nurse.

German translation thanks to Francesco Volpe DVM and his family.

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ITALIANO

CAVALLI DA SELLA

CAVALLI DA SELLA

Nel nostro paese le idee e la filosofia del movimento barefoot sono espresse da alcune associazioni dilettantistiche e professionali.
Se diversa è la tecnica simili sono i principi. L’interessato può trovare risposta a molte domande con la consultazione del sito:

www.bitlessandbarefoot-studio.org

L’inerzia nella conservazione di abitudini tradizionali ormai anacronistiche può essere più facilmente superata con l’aiuto e l’esperienza degli altri ma soprattutto grazie alla constatazione dell’evidente stato di salute e capacità di elevata performance degli animali affrancati dalla schiavitù del ferro in bocca ed ai piedi.

La nostra attività è rivolta alla diffusione di idee e comportamenti atti al miglioramento delle condizioni degli animali. In particolare modo ricordiamo ai proprietari dei cavalli e degli asini le norme igieniche, spesso di fatto mortificate e le necessità particolari della specie. Promuoviamo l’equitazione naturale, la condotta senza imboccature e la tecnica per l’ottenimento di adeguata performance dallo zoccolo senza ferri o altre “protezioni” permanenti. Poniamo attenzione all’alimentazione affinchè energia, proteine, minerali e gli altri nutrienti siano bilanciati nella dieta dipendente a sua volta dalla condizione ed attività dell’animale. Questo non é né più né meno di quanto viene fatto dal consapevole allenatore di un qualsiasi atleta umano. I pericoli però di carenza ed eccesso cui un erbivoro è sottoposto sono, se possibile, maggiori e causati dalla gestione dei pascoli e influenzata pesantemente dalle semine atte a produrre foraggi per la produzione di carne, latte e derivati.
Non ci limitiamo quindi a presentare una alternativa valida ed efficace alla ferratura, ci impegniamo nella formazione di proprietari e professionisti nell’ottica del generale benessere animale. Siamo sostenuti dalla logica e dall’evidenza dei fatti.


ENGLISH

Horses and other working animals began to be shod during The Middle Ages. No evidence of shoeing has been recorded in previous historical periods.

The friezes of the Parthenon, the statues and bas-reliefs of the museum of Athens and the statue of Marcus Aurelius in Rome demonstrate the absence of any kind of permanent hoof protection. Iron horseshoes have never been found anywhere along the length of Hadrian’s Wall, the longest still visible Roman military construction nor did writers and historians of the time mention them. This did not prevent the colonisation of vast regions by the empires of the time and the use of cavalry. With medieval fortification and prolonged unsanitary stabling conditions, animals’ hooves became corroded and degraded from prolonged contact with urine and faeces so they had to be ‘protected’ by iron.

2500 years ago, Xenophon was already recommending simple solutions to keep horses’ hooves in good condition and maintain high performance. These animals’ hooves were and still are, adapted to the natural environment of the terrain on which they are kept. As the site of the battle could not be chosen in advance, horses had to be ready to run on any type of ground. For this reason, Xenophon urged the officers of cavalry horses to live on land of great variety especially stony conditions. His writings even went as far as to suggest the size of the stones to put in areas of high transit or rest. This of course is true even today. Our barefoot horse moves comfortably on the ground on which they are used to living and moving.

Different operating conditions of animals and improved forging techniques led to the abandonment of the need to follow the old rules of hygiene for shoeing, which was an advantage for humans, but has resulted in a number of drawbacks in the medium and long term for animals.

Up until about fifty years ago, working animals were shod for work and promptly unshod allowing feet to recover their condition during periods of prolonged rest.

‘Shoeing is a necessary evil’ was a phrase that describes these times.

Reduction of blood circulation in the entire foot, vibration, reduced traction on paved roads, the contraction of its parts induced by shoeing and ultimately reducing the life expectancy of the animals are described by many veterinarians including one of the most famous, Bracy Clark in the early 1800s. These and other injuries represented and still represent the debt that must be paid by the animals, “created” to serve man. If man was in need of shoeing the evil was made inevitable by the lack of mechanical alternatives.

The hoof of the horse that we see placed on the ground is the equivalent of our fingernail. The internal parts of bone and cartilage are immersed in a connective tissue maintaining a close relationship and facilitating their anatomical function. The cornea capsule, or fingernail material, deforms elastically according to many different impulses, at every step responding to pressure from the weight of the horse.

Blood ebbs and flows, stimulating growth and renewal, nerve endings send signals informing of position, movement, temperature and pressure. Energy is dissipated in the form of heat and partly returned allowing greater economy of operation and shock absorption from impact with the ground. The hoof is a complex system, an organ in all respects on which rests the ultimate responsibility of locomotion and propulsion of the animal. This system is largely reduced and mortified by shoeing, which reduces an admirable mechanical solution into forced immobility through the nailing on of shoes.

The Western world has recently lost ‘the necessity’ to use animal power for labour and transport. Sensitivity and respect towards animals has increased among some Westerners and many have begun to question the phrase ‘shoeing is a necessary evil’. Not only that, new technological materials offer solutions much more appropriate to animal welfare without man necessarily giving up the use of the horse, mule or donkey for sports.

The use of animals in sport is not to be condemned, if anything, it is the ‘way’ they are utilised and human attitudes towards the preparation and conduct of the animal that should be criticised. Living conditions have improved for us, and such improvements can be extended to animals often at no extra cost.

The hoof boot is one of the many solutions offered by new technology. Hoof boots are now the solution to the demand for “temporary hoof protection” when you want to ride on a particular terrain to which the animal is not yet accustomed or in an emergency situation.

The shoeing of animals once limited to seasonal work-related periods has become a permanent condition for sports and recreation animals that are mounted either continuously or occasionally on Sundays, but must remain always ‘available’. Along with other conditions, shoeing 12 months a year has deteriorated the quality of the horse’s foot, which no longer is given regular rest periods.

Permanent shoeing is just one of the negative aspects of modern management. The formerly harsh conditions when farmers fed predominantly, if not only, hay has been replaced by a ‘culture of abundance’ where the energy intake from industrial food often exceeds that required by animals who are stabled for much of the time, suffering from an increased lack of movement. The quantity and quality of food is very important together with its distribution during the day, which accommodates the human timetable, not suitable for a herbivore, which should be fed continually, in small amounts of food, rich in fiber, but low in sugars and starches.

Such current management does not contribute to the maintenance of good health overall. The average lifespan of a modern horse is even lower than that of a work animal from the last century. The best known and widely accepted traditional text of podiatry that is supposed to be used in universities around the world, the ‘Adams’, gives horses an average life span of seven years. When compared with the 20 – 30 years of wild horses. This figure cannot fail to make us think that the modern management of these animals is profoundly wrong. It is not possible to hide a relationship of direct responsibility and deafening silence from the professionals involved in the care, training and maintenance of animals.

The optimum condition for both human and animal life is closely related to adequate space, proper feeding, ample socialising and an appropriate and clean environment. In order to understand the significance of hygiene, all of these should be described as a requirement for standards of health. Hygiene improves with the evolution of society and is an expression of the same. More and more owners are seeking out knowledgable professionals or personally managing their animals better, genuinely taking into account the needs of the species. Now more animals are living in correctly organised spaces, the owners have given up the medieval and harmful convenience of shoeing. Many have also begun to prioritise respectful communication and training making even the bit obsolete. After 200 years, the barefoot horse of Dr Bracy Clark is a reality. However, many barefoot horses remain in training and work with bits. Contemporary pioneers, such as Dr Robert Cook, should not have to wait so long for widespread acceptance. With this natural approach, the cost of long-term management is greatly reduced, but far more importantly, animal welfare is increased.

The desire for better living conditions of animals and the need of a guide to the proper management resulted over several decades in the birth of the ‘barefoot’ movement. The initial pioneers, reviving old knowledge, were German Dr. Hiltrud Strasser and American farrier Jaime Jackson followed shortly after by some farriers who then became trimmers, some veterinarians that doubted conventions, also agronomists, biologists and naturalists. In a short time the initial techniques to trim and rehabilitate the equine foot, without use of shoeing, have been further refined and produced clear, concrete and positive results. Despite this progress, degradation and ignorance persist through inertia or a defence of income position and professional status. As is often the case in human endeavours, unscientific, irrational, inhumane and ultimately unsustainable conditions remain for too long.

In our country the ideas and philosophy of the barefoot movement are expressed by a few amateur and professional associations. Although different, the technical principles are similar. Interested parties can find answers to many questions by reading the site:

www.bitlessandbarefoot-studio.org

The inertia that results in the preservation of traditional, anachronistic customs can be more easily overcome with the help and expertise of others, but mainly by the discovery of the obvious improvements in the state of health and high performance ability of animals freed from the bondage of iron in the mouth and on the feet.


German

Geschischte der Haltung und der Natürlichen Haltung

Die Pferde und die anderen Arbeitstiere wurden erstmals im Mittelalter beschlagen. Für einen Hufbeschlag in der Zeit davor gibt es keinerlei Bezeugungen.
Die Parthenon-Friese, die Statuen, die Reliefs im Museum in Athen sowie die Statue Marc Aurels in Rom beweisen, dass es keinerlei dauerhaften Schutz für den Huf gab. Bei den Ausgrabungen des Hadrianswalles, des längsten gut durchstrukrturierten militärischen Baudenkmals der Römer, wurden unter den verschiedenen zutage geförderten Gegenständen keine Hufeisen gefunden, noch werden sie bei Schriftstellern und Historikern der damaligen Zeit erwähnt. Diese Tatsache behinderte weder die Kolonisation weiter Gebiete von Seiten der Imperien der Zeit noch den Einsatz von Kavallerien. Zur Zeit der mittelalterlichen Gründung von Burganlagen, als die Tiere längere Zeiten im Stall in antihygienischen Verhältnissen verbrachten, mussten die von Urin und Fäkalien angegriffenen und degradierten Hufe der Tieredurch Hufeisen “geschützt” werden.
Schon vor 2500 Jahren empfahl Xenophon einfache Lösungen, um den Huf der Pferde in gesundem Zustand und bester Leistungsfähigkeit zu erhalten. Die Tiere passen in der Tat ihre Hufe der Bodenbeschaffenheit an. Da aber der der Ort der Schlachten nicht im Vorhinein gewählt werden konnte, musste das Pferd in der Lage sein, auf jeglicher Bodenbeschaffenheit laufen zu können. Deswegen empfahl Xenophon den Offizieren der Kavallerie, die Pferde auf möglichst vielen verschiedenen Geländen laufen zu lassen, besonders auf steinigen, wobei er es nicht unterließ, sogar Angaben über die Größe der Steine zu machen, die dorthin gelegt werden sollten, wo der meiste Durchreiseverkehr stattfand. Unser Pferd ohne Hufeisen bewegt sich bequem auf dem Gelände, auf dem zu laufen wir es gewöhnen .
In der Folgezeit haben die unterschiedlichen Bedingungen der Tierhaltung und die verbesserte Technik der Eisenverarbeitung zum einen dazu geführt, die Notwendigkeit der Befolgung antiker Hygienenormen aufzugeben, zum andern das Beschlagen zu verbreiten, das zwar einen Vorteil für die Organisation des Menschen darstellt, aber leider eine Reihe von kurz- und langfristigen Unannehmlichkeiten für das Tier zur Folge hat.
Bis vor ca. fünfzig Jahren wurde das Tier zur Arbeit beschlagen, und sofort danach entfernte man das Eisen wieder, um die ursprünglichen Bedingungen wiederzuerlangen, indem man die Zeit nutzte, in der das Tier frei war.

-”Das Behufen ist ein notwendiges Übel”-
war die Aussage, die diese Zeit charakterisiert.
Die Reduzierung der Blutzirkulation im ganzen Bein, die Vibrationen, der verminderte Halt des Hufes auf den gepflasterten Straßen, die Kontraktion an Teilen des Hufes aufgrund des Beschlages und nicht zuletzt eine verminderte Lebenserwartung der Tiere werden von zahlreichen Tieräzten beschrieben. Einer von ihnen ist der berühmte Engländer Bracy Clark Anfang des 18. Jhd.. Diese und andere Schäden waren und sind heute noch eine Schuld, die von den Tieren bezahlt werden muss, welch letztere dazu erschaffen worden sind, “um dem Menschen zu dienen”. Wenn der Mensch den Hufbeschlag als notwendig empfand, so war dieses Übel nur deswegen unvermeidbar geworden, weil alternative mechanische Lösungen fehlten.
Der Pferdehuf, der auf den Boden auftritt, ist das Gegenstück zu unseren Finger/Zehennägeln. In seinem Innern sind Knochenteile und Knorpel von Bindegewebe umgeben und erhalten eine enge anatomische und funktionale Verbindung. Die Hornhautkapsel (Fußnagel) verformt sich flexibel bei jedem Schritt und Aufstützen des Gewichts nach vielfältigen Prinzipien.
Blut fließt hinein und wieder ab, Wachstum und Stoffwechsel werden stimuliert, Nervenendungen senden Signale mit Informationen über Position, Bewegung, Temperatur und Druck. Energie wird in Form von Wärme aufgelöst und teilweise zurückerstattet, wodurch eine größere Ökonomie bei der Bewegungsausübung und Amortisierung der Stöße und Aufpralle auf den Boden gegeben ist. Der Huf ist ein komplexes System, das in jeder Hinsicht ein Organ darstellt, das letztendlich verantwortlich für die Fortbewegung und den Antrieb des Tieres ist. Dieses System wird durch das Beschlagen zum großen Teil beeinträchtigt und verletzt, denn der Hufbeschlag läßt die wunderbare mechanische Lösung mittels der Benagelung zu einer erzwungenen Immobilität werden.
Die westliche Welt hat unlängst die “Notwendigkeit” des Einsatzes tierischer Kraft verloren. Die Sensibilität und der Respekt für die Tiere ist bei manchen Leuten gewachsen, und viele akzeptieren das “Übel” nicht mehr. Der Satz “Das Beschlagen ist ein notwendiges Übel” ist in Zweifel geraten. Nicht nur das, denn die neuste Technologie der Materialien bietet für das tierische Wohlbefinden sehr viel geeignetere Lösungen an, ohne dass der Mensch notwendigerweise auf den Gebrauch von Pferd oder Esel oder Maultier verzichten muss, wenn er es für sportliche Aktivitäten verwendet. Nicht der Gebrauch des Tieres für sportliche Aktivitäten an sich ist zu verurteilen, kritisierbar ist vielmehr das menschliche Verhalten und die Art und Weise der Vorbereitung und Leitung des Tieres während des Trainings. Unsere Lebensbedingungen verbessern sich, auch die der Tiere können sich verbessern, oft sogar kostenlos.
Der ausgestellte Pferdeschuh stellt eine der vielfältigen Lösungen dar, die von der Technik angeboten werden. Der Pferdeschuh ist heute die Lösung auf die Nachfrage nach “vorübergehendem Schutz” des Hufes, den man überziehen kann , wenn man ein besonderes Gelände, an das das Pferd nicht gewöhnt ist, begehen muss oder in Notsituationen.
Der Beschlag der Tiere, die unbefristete Zeit der an die Jahreszeiten gebundenen Arbeiten wurde zu einer Dauersituation für die Sportpferde, die kontinuierlich oder unregelmäßig am Sonntag geritten werden, aber trotzdem immer zur Verfügung stehen müssen. Der Beschlag, der 12 Monate lang am Huf bleibt, sowie andere Zustände haben den Zustand des Pferdefußes, dem keine Ruhepause mehr gegönnt ist, verschlechtert.
Der dauerhafte Hufbeschlag ist nur einer der negativen Aspekte der modernen Tierhaltung. Die wenn auch harten Lebensbedingungen der Bauern und die Ernährung nur mit Heu wurde durch eine “Kultur des Überflusses” ersetzt, wo die mit dem oft industriell angereicherten Futter aufgenommene Energie diejenige übertrifft, die Tiere benötigen, die die meiste Zeit im Stall bei Bewegungseinschränkung verbringen. Quantität und Qualität der Ernährung und deren Ausgabe über den Tag verteilt folgen dem Bedürfnis der zeitlichen Arbeitseinteilung des Menschen und nicht der Befriedigung des Pflanzenfressers, der sich kontinuierlich mit kleinen Mengen an Futter, das reich an Ballaststoffen und arm an Karboidraten ist, ernähren sollte.
Die Tierhaltung insgsamt gesehen trägt nicht zum Erhalt eines gesunden Zustandes bei. Das Durchschnittsalter eines modernen Sportpferdes ist sogar noch geringer als das eines Arbeitstieres aus dem vorigen Jahrhundert. Der bekannteste Text der traditionellen Fußheilkunde, der in den Universitäten der ganzen Welt benutzt wird, der ‘Adams’, spricht von einem Durchschnittsalter für Pferde von sieben Jahren. Wenn man dieses Alter mit den 20-30 eines Wildpferdes vergleicht, kann man daraus nur den Schluss ziehen, dass die moderne Tierhaltung dieser Tiere äußerst unkorrekt ist. Die direkte Verantwortlichkeit und das Schweigen der professionellen Personen, die das Tier pflegen und dressieren, darf nicht verborgen bleiben.
Gute menschliche und tierische Lebensbedingungen stehen in enger Verbindung mit Raum, Ernährung, gesellschaftlichem Zusammenleben, Sauberkeit. All dies zusammen genommen wird als Erfordernis oder “hygienische Norm” bezeichnet. Die Hygiene setzt sich durch und verbessert sich nicht nur im Lauf der gesellschaftlichen Evolution , sondern sie ist deren Ausdruck. Immer mehr Besitzer wünschen es, sich selbst um ihre Tiere zu kümmern und tun es auch, wobei sie auf die Bedürfnisse der Spezies achten. Das reduziert einerseits die Ausgaben für die Tierhaltung auf lange Sicht, doch hauptsächlich vermehrt es das Wohlbefinden des Tieres. Man organisiert den verfügbaren Raum, man verzichtet auf die Bequemlichkeit des Hufbeschlages mittelalterlicher Herkunft sowie auf den Gebrauch von Trensen dank der Fähigkeit, eine Beziehung zu dem Tier aufzubauen und es zu dressieren.
Der Wunsch nach besseren Lebensbedingungen für die Tiere und das Bedürfnis nach einer Anleitung zu korrekter Tierhaltung haben seit einigen Jahrzehnten in der “Barefoot-Bewegung” konkrete Form angenommen , was wörtlich übersetzt “barfuß” heißt. Die deutsche Frau Dr. Hiltrud Strasser und der amerikanische Hufschmied Jaime Jackson waren Pioniere auf diesem Gebiet, bald darauf folgten andere Hufschmiede, die Hufbearbeiter wurden, einige Tierärzte, Landwirte, Biologen und Naturkundler. In kurzer Zeit haben sich die Hufbearbeitung und die Rehabilitation des Pferdefußes ohne Gebrauch des Hufbeschlages verbessert und konkrete Ergebnisse erkennen lassen.
Leider dauern weit verbreitete Situationen des Verfalls und der Unwissenheit an, sei es aus Trägheit, sei es zur Verteidigung eines Stellungsvorteils. Wie üblich, wenn es um menschliche Aktivität geht, haben wir nicht mit akzeptablen Mitteln zu tun, sondern mit Manifestationen verbliebener Fähigkeiten, nebst einer nicht mehr zu rechtfertigenden Realität samt Verhaltensweisen.
Die Ideen und die Philosophie der Barefoot-Bewegung werden in unserem Land von verschiedenen dilettantischen und professionellen Assoziationen vertreten.
Zwar sind die Techniken unterschiedlich, doch die Prinzipien ähnlich. Wer daran interessiert ist, kann Antworten auf viele Fragen auf folgender Internetseite finden:
www.bitlessandbarefoot-studio.org
Man kann das Verharren bei längst anachronistisch gewordenen traditionalen Gewohnheiten leichter mit der Hilfe und Erfahrung von anderen überwinden, hauptsächlich aber dank der Feststellung des evidenten Gesundheitszustandes und der Fähigkeit höchster Performance der Tiere, die von der Sklaverei des Eisens im Maul und an den Hufen befreit sind.
Unsere Aktivität ist auf die Verbreitung von Ideen und Verhaltensweisen gerichtet, die der Verbesserung der Lebensbedingungen der Tiere dienlich sind. Ganz besonders wollen wir die Besitzer der Pferde und der Esel an die hygienischen Normen erinnern, die in der Praxis oft vernachlässigt werden, und an die besonderen Bedürfnisse der Spezies. Wir fördern das natürliche Reiten, die Führung des Tieres ohne Trensen und die Technik zur Erlangung einer geeigneten Performance des Hufes ohne Beschlag oder anderen dauerhaften “Schutz”. Wir achten auch auf die Ernährung, darauf dass Energie, Proteine, Mineralien und die anderen Nährstoffe in ausgeglichenem Maß in der Diät vorhanden sind, welche ihrerseits wiederum von den Lebensbedingungen und der Aktivität des Tieres abhängen. Das ist nicht mehr und nicht weniger als was ein gewissenhafter Trainer eines beliebigen menschlichen Athleten tun würde. Allerdings sind die Risiken einer Mangel- bzw. übermäßigen Ernährung, denen ein Pflanzenfresser ausgesetzt ist, womöglich größer und sind darüberhinaus von der Bewirtschaftung der Weiden abhängig ebenso wie sie stark beeinflusst werden von der Aussaat, die dazu bestimmt ist, Futter für die Produktion von Fleisch, Milch und deren Derivaten zu produzieren.
Wir begrenzen uns also nicht darauf, eine gültige und wirksame Alternative zum Hufbeschlag vorzustellen, sondern wir setzen uns für die Ausbildung von Besitzern und Professionisten mit Rücksicht auf das allgemeine Wohlbefinden der Tiere ein. Dabei werden wir von der Logik und der Offensichtlichkeit der Tatsachen unterstützt.


Senza titolo-18 From left to right: Marco Campara, Leonardo Consalvi, Franco Belmonte, Domenico, Cesare Ninassi. Roberto Fabbri and Francesco Volpe hidden.

Senza titolo-19Allegra, italian work horse belonging to Edwin Wittwer (Asvanara)

Senza titolo-15A very strong and powerful hoof, italian Bardigiano.

Senza titolo-17Daina and an original item, one hundred years old.

Senza titolo-9Work horses today … at rest.  Allegra, italian draft horse left. Schnappi, austrian Noriker right.

Senza titolo-1 Learning to use tools. Francesco Volpe left, Michela Parduzzi, Alessandro Marzialetti, Alessandra…Giorgio La Cara.

Senza titolo-2 Emperor Marco Aurelio and his barefoot horse, Rome

Senza titolo-3 Teaching to trim in Sicily. Valerio Contarini DVM in the middle.

Senza titolo-4Lorenzo !

Senza titolo-5Marianna Millotti, trimmer in Bologna


Oggi? Il ritorno degli animali nei campi?

Today? Animals back at work?

 Italian

CAVALLI DA SELLA

 English

Today
And what situation do we find today?
After more than 50 years, the increasing costs of prime materials, such as iron, gold, wood, and petroleum is coupled with a rise in machinery costs and an unrelenting human population growth. Therefore, the number of working horses (and other equids) is also rising as an economic necessity for transport and agriculture..

Only 10% of the current global horse population live in the western world for sport and recreation purposes.
The remaining 90% occupy a vital position in maintaining the lives of millions of people in the developing world.

“At least 112 million domesticated equids live across the world, the great majority of which are working animals, says Professor Alan Guthrie, director of the University of Pretoria’s Equine Research Centre, in South Africa: 60 million horses, 42 million donkeys, and 10 million mules. About 13 million of those donkeys live in Africa alone, and about 75% of those are in the sub-Saharan region, which includes Ethiopia”.
Overworked, overloaded, and used at high speeds on rough roads “they fall and are affected by many injuries” and “many donkeys carry five times their body weight”; Managed poorly with low-quality and/or inadequate feed, water, housing, and hygiene; Deprived of proper health care, including foot and dental care; Subjected to inhumane hobbling, tethering, and bitting, along with incorrect harness materials (rough, synthetic, poor design, and improper usage); Harmed through traditional practices such as faulty drenching (deworming), branding, castration, and wolf tooth removal, and through use of substances such as battery acid, burnt oil, cattle dung, etc., for wound treatment; Pregnant, sick, very young, or very old; Used in drought and very hot and cold conditions; Not prioritised for funding in areas of health care and welfare; Not legally protected by any animal welfare legislation and impacted by poverty (even if owners are educated and aware, they don’t always have access to or cannot afford the resources they need).
Wounds and compromised immunity caused by items in that laundry list can be open invitations for diseases.

These unfavourable conditions are aggravated by the unfortunate lack of traditional knowledge even of basic animal husbandry. In many such contexts, proper nutrition is impossible as hay remains unavailable. International organisations like FAO have current educational programs focused on teaching farmers responsible methods of working with animals, how to fit and use harnesses as well as recognise, treat and prevent the most common illnesses.

Even if these programs are focused on increased production of crops and economic benefits for the farmer, their secondary ethical benefits for the animals involved are recognisable.

Since WWI, despite times of peace, widespread servitude and labour has continued for most of the world’s animals.

All the aforementioned data and figures come from publications of the following organisations:
– The Donkey sanctuary
– Brooke
– Spana
– World Horse Welfare
These organisations welcome volunteers even for short periods as well as gratefully accept public donations.Senza titolo-11

At the end of this brief description let me make a comparison, mountains climbing vs riding and driving! It seems difficult to you? The same approach to different difficulties.

The barefoot movement, when not totally iron free, is itself, limping. To be totally iron free provides evidence revealing the truth regarding the skills, knowledge, and sportsmanship of the owner.
Messner was free-climbing searching for his personal limits and for the continuous improvement of his performance. In the same way, genuine horsemen and horsewomen are able to find true satisfaction in the “naked” ability that comes from athletic fitness, adaptedness to the terrain, horse-human relationship and ability to manoeuvre. Perhaps a manoeuvre may appear less refined to certain eyes, but merits a fundamentally valid appreciation.
For me and Reinhold, it is not so important to reach the summit, but the journey, itself, and both the quality and manner of travel.

“The journey and how we face it.” Our journey begins thanks to an awareness that the term “domestic animal” is an excuse for us to keep animals in situations prioritising our conveniennce.
The box stall, the restriction of movement, the blankets, blinders, meals, rich food are in opposition with the nature of the roaming animal. Shoes and bits are the equivalent of the “artificial progression” that Messner refused.

Returning to the exhibition about animals and the WWI those accessories appear anachronistic and reckless in times of peace.

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Il pareggio in pratica – 6

Con questa serie “il pareggio in pratica” desidero venire incontro a coloro che non avendo letto e seguito i tecnici maggiori del barefoot non sanno individuare le ragioni e la motivazione sottostante ai vari gesti del pareggio. E’ difficile trovare persone che hanno confrontato  americani ed europei.

E’ comune trovare persone conosciute come “pareggiatore” che non hanno letto neppure i classici di Jackson o i suoi bollettini e neanche ne conoscono l’esistenza. Nella maggioranza dei casi le uniche letture, anche se proposte a studenti in corsi organizzati, sono quelle disponibili in italiano e divulgative. La poca cultura generale è il risultato di un paio di settimane di corso durante le quali si accenna alle tecniche di una sola linea di pensiero senza costruire la capacità critica che è l’unica in grado di aiutare ad evitare grossolani errori. E’ mia opinione dettata dall’esperienza che questo avvenga in tutte “le scuole”, dove alla sostanza si preferisce la forma e si difende un “marchio” da tradurre in profitto. Insegnare ciò che ha costruito a fatica il proprio maestro iniziale sembra sminuisca tanti istruttori. Studiare gli altri e proporne il pensiero sollecitandone la lettura diretta espone a possibile critica e fa paura. Si potrebbero perdere clienti e credibilità tra gli studenti.   Questa materia, così tecnica e pratica, non é facile da descrivere. Se non capite, e se non capite probabilmente é perché io non riesco a renderla chiara, apprezzate almeno il mio tentativo e chiamate. Aiutatemi ad essere più chiaro. Incontriamoci, partecipate, rubate con gli occhi. Leggete! In “biblioteca del pareggiatore” trovate di che sfogare la vostra sete di conoscenza senza annaspare su internet ed a caso come alcuni di noi sono stati costretti a fare tanti anni fa quando ci siamo interessati al barefoot ed a una nuova modalità di gestione. E’ singolare come si vedano continuamente riemergere modalità di pareggio ritenute già in passato inutili o dannose.  Di solito si tratta di gesti che stupiscono e fanno apparire chi pareggia un fuoriclasse. Altre volte è il freno che prende il sopravvento. Richiamandosi al “naturale” ci si astiene nascondendo la propria incapacità e indecisione. In entrambi i casi la si fa quasi sempre franca. Coloro che sono intorno non possiedono elementi di valutazione.  Le numerose variabili di gestione mascherano gli errori del pareggiatore brillante ma ignorante.

In questo capitolo della serie “il pareggio in pratica” desidero discutere l’opportunità o l’inopportunità del lavoro sulla parete dall’alto verso il basso. Quello che si vede fare quasi sempre con lo zoccolo in avanti appoggiato sul treppiede. E’ una pratica molto comune ed ha origine nella intenzione di “raddrizzare” una parete che appare deviata, di “armonizzare” fra loro i tratti di parete di diversa pendenza. Spesso, senza una vera ragione e senza una regola a scapito della integrità della parete di cui effettivamente si riduce la consistenza e resistenza.

L’alimentazione scorretta e più in generale i compromessi di gestione esitano in una o più deviazioni d’angolo della parete nella sua crescita verso terra. Non più saldamente ancorata alla terza falange da un sano connettivo (le lamine) la parete soggetta alle forze di reazione del terreno al peso del cavallo piano piano si deforma. 

Jaime Jackson ha dato un nome ai vari tratti ed angoli che la parete forma rispetto al piano su cui appoggia. 

Nel caso più semplice di una parete che presenta due soli tratti di diversa pendenza, quello più alto prende il nome di “healing” e quello che arriva fino a terra “basement”. L’angolo che i due tratti di parete formano con il piano di appoggio “healing angle” e “basement angle”. Alla differenza di pendenza in gradi tra i due tratti dette il nome “DTA, diverging toe angle”.

a destra una parete che dimostra un "angolo di deviazione" o "rotazione della capsula"

a destra una parete che dimostra un “angolo di deviazione” o DTA

Nel sistema di pareggio degli anni ’90 e primi del secolo veniva data particolare enfasi alla ricerca nello zoccolo del domestico delle forme e rapporti esistenti nel selvatico. Le deviazioni di pendenza della parete, uno dei segni di laminite cronica, dovevano quindi essere eliminate o ridotte nel tentativo di “naturalizzare lo zoccolo” Come scrivo più avanti in questo articolo gli effetti positivi di questa pratica sono determinati dall’arretramento sia pur minimo del breakover o punto di involo dello zoccolo, accompagnati alla necessaria rivisitazione della dieta.
Jackson dettò regole per riportare, o almeno avvicinare, la pendenza del tratto o dei tratti più bassi a quella del tratto o dei tratti più alti  limitando l’indebolimento della capsula cornea.
Perchè non il contrario? Il tratto “alto” è in una posizione e relazione migliore con la terza falange del tratto più basso che arriva a terra. E’ il tratto basso che è fuori posto, deformato, alla deriva.
Questo tratto di parete non più saldamente ancorato alla falange e di materiale plastico “va alla deriva” sotto la pressione esercitata dal terreno.
Jackson lo assimila, in un riuscito paragone, ad una barca ormeggiata ad un molo. Se cedono gli ormeggi, tutti o una parte, soggetta al vento o alla corrente abbandona la sua posizione a seconda della loro intensità e direzione. Magari solo la poppa della barca si allontana dal molo mentre la prua ci sbatte contro se solo una parte degli ormeggi ha ceduto.

fig.2a

Ma, quanto materiale che costituisce l’unghia del tratto più basso può essere rimosso (nel sistema di Jackson) se si vogliono “armonizzare” le pendenze dei vari tratti? E da che punto si può iniziare?
Più materiale corneo si rimuove più la parete si indebolisce e viene esposto ciò che sta sotto.
La parete deviata non è più idonea a sostenere parte del peso del cavallo ma rimane capace di protezione.
L’unghia, meno salda e stabile a causa del deterioramento del connettivo sottostante (le lamine) è in parte, o totalmente, sconnessa dalla terza falange, allontanata. In mezzo al posto del tessuto connettivo integro si trova un più o meno spesso tessuto disorganizzato, cheratina che le lamine continuano a produrre ma incapace della stessa resistenza.
Per ridurre la differenza di pendenza (tanto desiderata) fra i vari tratti ma limitare al tempo la riduzione dello spessore della parete da parte del pareggiatore Jackson dettò una linea di guida identificando dei punti limite.

Quali punti.
E’ assolutamente necessario per proseguire avere ben chiare le fasi del pareggio e l’angolo di lavoro dell’utensile sul pezzo in lavorazione, la raspa e lo zoccolo.
Dopo avere ridotto la altezza della parete rispetto al piano della suola (fase 1) avete, con la fase due, lavorato realizzando per forza un breve tratto perpendicolare al piano di appoggio. Questo tratto o scalino sarà presente lungo le zone dove la parete ha deviato, eventualmente lungo tutto il perimetro. Se la parete non è “acciaccata da nessuna parte e non devia in nessun modo da nessuna parte non avrete fatto nulla di nulla in fase 2.
Nelle zone della capsula dove la parete è rimasta diritta senza subire distorsioni quindi lo scalino è assente. Ma diciamo che non siete così fortunati.
I primi due punti che identificano la massa di materiale corneo asportabile sono quelli alle estremità di questo breve tratto. Il terzo si trova nel punto di cambio pendenza.

fig.3

In questo modo non si toglie tanto materiale a seconda della opinione del pareggiatore. La riduzione viene effettuata in modo controllato. Ma avviene!

La forma dello zoccolo che avete appena pareggiato assomiglia maggiormente a quella che avete in mente e sognate. Con parete diritta o quasi! Spesso, come vedremo fra poco, questa riduzione non è utile se non a fini estetici ma vediamo il motivo che comporta un certo successo. Identifichiamo il motivo meccanico, tralasciando quelli che riguardano il cambio della dieta che ricordate che é stata la causa prima della deformazione. Se non cambia la dieta potete fare quello che volete ma sarà solo un palliativo.
Quello che avete fatto essenzialmente è che avete accorciato un pochino lo zoccolo!
Avete arretrato il breakover di quel tanto he vi ha permesso la lavorazione in fase due.
Il breakover ora è più vicino a quello ideale dello zoccolo sano con parete diritta * realizzando un indubbio vantaggio meccanico.
Il dolore o la sensibilità sono diminuiti. L’unghia è meno sollecitata dal terreno ogni volta che il cavallo sposta il suo peso in avanti.
Il passo diventa più lungo e l’andatura meno rilevata.
Avete realizzato questo lavorando dall’alto verso il basso raspando il triangolo di materiale che in figura 1 é bianco.
Nel linguaggio coinvolgente e colorito di Jackson avete “dialogato con lo zoccolo per indurlo a ritornare sulla retta via”. Una popolazione di creduloni è più facile da suggestionare che da far ragionare.

Perché potreste avere fatto solo in parte una buona cosa ?

Resta il fatto che il breakover, pur arretrato, non può essere arretrato ulteriormente alla posizione dove si troverebbe nello zoccolo sano  (figura 4 – proiezione a terra della parete) se non riducendo la parete ad una sfoglia di cipolla o addirittura del tutto raspando anche il tessuto sottostante, il “lamellar wedge”. (Lamellar wedge o cuneo lamellare, chiamiamo il materiale disorganizzato cui abbiamo accennato prima costituito da cheratina e interposto tra parete e terza falange nel laminitico cronico).
I cambi di pendenza della parete e le suole piatte o piatte perifericamente sono proprie del laminitico. Magari il DTA è minimo ma è inutile nascondersi dietro un dito. Sempre di laminite si tratta se non quando una particolare forma originale della terza falange costringe il derma e l’epidermide (la parete) a fotocopiare il suo andamento.

SE il DTA é notevole che fate per arretrare il breakover efficacemente ? Togliereste tutta la parete per un gran pezzo? Spero di no!

Come fare per ottenere di più?
– Per ridurre la altezza della parete abbiamo preso come riferimento il piano della suola. Fase 1
– Per contenere la parete abbiamo ancora fatto riferimento al perimetro della suola. Fase 2
– Per identificare il corretto breakover in ogni punto lungo la parete dello zoccolo facciamo ancora riferimento alla suola distaccandoci di 6 o 7 millimetri dalla congiungente suola-white line. Non mi piace “dare i numeri” ma è un riferimento.
Distaccati di 6 millimetri realizziamo il bevel, piano inclinato di 30° rispetto al piano di appoggio portando così immediatamente il breakover dove dovrebbe essere. Il bevel inizia quindi nella water line (questo dovreste essere ormai abituati a pensarlo) o addirittura nel materiale del cuneo lamellare nel caso del laminitico (e a questo imparerete a abituarvi) ma in questo modo tutta la parete viene conservata per tutta la sua lunghezza se non per gli ultimi millimetri vicino a terra. Così lavorata non è più di ostacolo al movimento ma mantiene nel contempo la sua funzione protettiva. Non si rischia nulla.
Non solo. La parete resta attiva in un terreno penetrabile come la sabbia o la terra smossa e soprattutto durante il breve lasso di tempo che precede il distacco trasmette una certa pressione in corona e stimola la crescita. Piace a tutti pensarlo anche se provarlo sarebbe quanto mai difficile.

fig.4

Le parti colorate rappresentano la massa eliminata con le varie operazioni.

  • Quella grigia in punta viene eliminata riducendo le irregolarità con il lato corto della raspa tenuto perpendicolarmente al piano della suola.
  • Quella gialla viene eliminata dal bevel che origina nella water line a 5-7 mm. di distanza dal perimetro della suola.
  • Quella blu è quella di eventuale riduzione della flare ed è compresa tra il punto di divergenza di pendenza e i due punti creati con il lavoro di contenimento.
  • Un piccolo arrotondamento del triangolo bianco, non appare nel disegno, conclude il lavoro.

Potete individuare facilmente i vari punti di breakover che si originano.

Con questa nuova tecnica e lavorando da sotto con lo zoccolo rovesciato verso l’alto abbiamo terminato il nostro lavoro sulla parete finendola con un bevel (lavorato in zona gialla) a meno che …
… ameno che non vogliamo considerare la parete e il lamellar wedge a lei sottostante un tale impedimento, una tale ingessatura, da desiderarne la riduzione di massa (lavorando in zona azzurra).
Questa è una scelta talmente fine che non può essere suggerita, è vostra.

Facciamo un esempio. Si può arrivare in un rifugio alpino con i piedi massacrati calzando scarpe troppo leggere tutta la giornata. Il trauma ai piedi deriva dai continui urti di ore e ore con le pietre dei sentieri e dei ghiaioni.
Si può fare la stessa strada una settimana dopo con scarponi troppo rigidi e nuovi o di misura sbagliata con lo stesso risultato. Il trauma al piede è causato questa volta dalla scarpa e non dalle pietre.
Paragonate la parete dello zoccolo, deviata e deformata, allo scarpone stretto. Non è facile capire se si ricade in un caso o nell’altro. Dovete togliere al cavallo lo scarpone e fargli calzare la scarpa da ginnastica? O viceversa? O è possibile una scelta intermedia e avere a disposizione la scarpa giusta? Se riducete lo spessore della parete dello zoccolo e lo fate seguendo la regola di triangolazione di Jackson è come se alleggeriste le scarpe. Ma attenti perchè allo zoccolo non potete riattaccare il materiale che avete tolto e rimettere la “scarpa” più pesante.

Personalmente preferisco quasi sempre stabilire il breakover quanto più correttamente possibile dal basso (fase 3) e aspettare. Con la dieta corretta e semplice di solo fieno eventualmente analizzato e integrato (senza ricorrere ai buffi e rozzi prodotti di selleria) la parete comincia a crescere lentamente aderente all’osso sottostante allungando il tratto superiore centimetro dopo centimetro e la ”bugna” costituita dal tratto di parete deviata scende piano piano. Man mano che scende la elimino con il bevel.
Insomma c’è tempo a lavorare dall’alto, credo sia una scelta più remota. Lo zoccolo rimane più rigido? Questo dovrebbe andare a vantaggio di una minore sensibilità quindi maggiore capacità di movimento, recupero generale.
E’ meglio favorire un elaterio maggiore reso inutile dalla mancanza di movimento nel dolore o mantenere per un certo tempo una maggiore rigidità del sistema favorendo il movimento e la generale riabilitazione? Non ho dubbi sulla risposta.
Perchè a volte, in mancanza di terreno adeguato e collaborazione del proprietario, si preferisce aspettare a sferrare nel caso di laminite acuta ? Perchè il ferro, nella sua miseria, al momento ingessa.
Cercate Brigitte in “studio di zoccoli”. E’ un esempio di come, lavorando solo dal basso per mesi, è stato possibile dare sollievo alla cavalla e rettificare del tutto la parete. Brigitte rettificò in un ciclo di crescita (HOG- bollettino 100 di Jackson) nonostante la vecchiaia e la condizione.
Facciamo un altro esempio. Vi siete dati una martellata su un dito. Fasciate bene e cercate di non urtare da nessuna parte! Non volete che la vostra unghia si muova! Lo stesso servizio del cerotto al vostro dito lo fa la massa della parete sullo zoccolo che contribuisce ad irrigidire.
Se lavorate solo dall’alto il dolore potrebbe aumentare. Dovrebbe diminuire invece se accorciate correttamente l’unghia dal basso realizzando il punto di distacco dove dovrebbe trovarsi e nello stesso tempo rispettate l’integrità dell’unghia. L’unghia “copre” ma non viene più sollecitata dal terreno.
Non credo ci siano molte vere occasioni di lavoro dall’alto se non nei casi di grave distorsione della intera capsula cornea. Per grave distorsione intendo quella dove la parete non arriva a toccare terra e punta verso l’alto. Cercate asini laminitici in “studio di zoccoli” .
Se comunque si sceglie di ridurre lo spessore della parete almeno non facciamolo riducendo lo spessore al di sotto del suo spessore medio seguendo quello che è stato l’insegnamento di Jackson.

Da pagina 106 del booklet “Official Trimming…”: Yet another convention among farriers, barefoot trimmers and other not gauging their work by wild horse standard, is the practice of rasping the outer wall to remove flare. The danger in doing this is that removing all flare can result in reducing the hoof all to less than its natural thickness, and even penetrating the white line and dermis. The associated risk…Even wild horse have flare… ma cosa intendete per spessore naturale?

In molti articoli del decennio scorso (2000-2005) si insisteva sulla necessità di rendere uniforme lo spessore della parete lungo tutto il suo perimetro. Per naturale spessore intendete una spessore uguale lungo tutto il perimetro? Natural thickness e spessore uniforme sono due cose assai diverse. Ridurre la parete ad uno spessore uniforme e di conseguenza  le fare era ed é da quasi tutti per inerzia considerato normale, si realizza un ampio tratto perpendicolarmente al piano di appoggio e il quantitativo di materiale asportabile con la triangolazione è parecchio.  Se intendete invece per natural thickness uno spessore della parete maggiore alla punta piuttosto che ai quarti (con la stessa metodica farete un lavoro diverso) e porterete via meno materiale. Una voce dissonante nel coro è stata quella di La Pierre che ha insistito sulla forma a balestra della parete e sulla necessità di preservarla. L’unghia del cavallo vista in pianta richiama la “spring leaf” attuatrice forgiata dal fabbro….( The Chosen Road DVDs, K.C. LaPierre)

Gli asini dimostrano uno spessore della parete di spessore uniforme lungo tutto il perimetro. E’ una delle loro particolarità, un segno di distinzione. NON i cavalli.

Perchè rendere uniforme lo spessore della parete lungo tutto il suo perimetro prendendo a riferimento lo spessore ai quarti? L’unghia è elastica e resistente e il suo spessore aumenta man mano che si procede verso la punta. Riducendone lo spessore se ne riduce la resistenza. E’ come ridurre la robustezza di un arco, che è di spessore maggiore all’impugnatura.
L’unica ragione che avete per ridurre lo spessore di un arco all’impugnatura è quella di diminuire la sua rigidità. Spero che saree d’accordo con me sul fatto che nel caso dello zoccolo non è sempre il caso.

Nella stragrande maggioranza dei casi individuare il breakover da sotto (con Ramey) preserva l’integrità totale della parete soddisfando pienamente la meccanica della locomozione. Avete l’uovo e la gallina. Non solo. Eviterete errori grossolani rimuovendo ad ogni pareggio materiale per ridurre “flare” che non sono patologiche ma che non siete capaci di distinguere come tali. Even wild horse hooves have “flare” (JJ).
Nel prossimo articolo ci soffermeremo sulle comuni manie che dimostrano i pareggiatori con poca testa ma tanta voglia di apparire nel finire la parete e di come può diventare impossibile realizzare un bevel od un roll nella posizione corretta se prima si è reso uniforme lo spessore della parete lungo tutto il perimetro. E di come pratiche sconsiderate indeboliscano la parete favorendo lo sviluppo di crepe, fessurazioni, setole.

Il barefoot e la gestione naturalizzata…

Introduzione dedicata agli studenti partecipanti al convegno del 3 marzo 2107 organizzato all’Università di Teramo.

Ho deciso di raccontarvi prima di accennare a anatomia e fisiologia, per meglio orientarvi nello spazio e nel tempo, quello che faccio insieme ad altri, soprattutto anglosassoni. Con e per i cavalli e per l’uomo, naturalmente. E quello che succede “fuori dal paese”.

Durante i mitici anni 60 e 70, un gruppo di intellettuali era molto attivo nel denunciare le condizioni di vita degli animali negli zoo.
Chiedevano per i selvatici qualche cosa di meglio delle solite gabbie. Spazi dove potessero almeno muoversi, una minima separazione dai visitatori e la possibilità di vivere in gruppo con altri rappresentanti della loro specie. Ai tempi la sensibilità era forse maggiore, la globalizzazione inesistente ed il primato del mondo occidentale ancora saldo, l’economia in crescita dopo la seconda guerra mondiale, i tempi meno stretti ed era possibile avere ed esprimere principi, non solo aspettative individuali.
Lo zoologo Desmond Morris, direttore dello zoo di Londra ed etologi allora molto conosciuti, premi Nobel per la la fisiologia e la medicina nel 1973 come Tinbergen (biologo), Lorenz (medico) e von Frisch (biologo) per citare solo alcuni, riuscirono direttamente o indirettamente a far si che le condizioni di vita di molti animali migliorassero.

All’università di Oxford una moltitudine di biologi tra cui lo stesso Morris e Dawkins conseguirono il dottorato di ricerca con Tinbergen. Alcuni genetisti, evoluzionisti come Dawkins ed etologi posero le basi che favorirono in seguito la organizzazione su base teorica delle scuole di equitazione naturale. Il loro lavoro non è molto conosciuto al di fuori della stretta cerchia dei biologi genetisti ed evoluzionisti. Solo alcuni libri particolarmente divulgativi di Lorenz sono stati tradotti in lingua italiana e questo ha determinato anche in molti laureati a causa della loro incapacità di analisi matematica la conoscenza di solo alcuni principi, anche essi spesso deformati. La genetica e persino il comportamento sono analizzabili compiutamente con l’ausilio della analisi matematica.

Torniamo alla gestione degli animali. In una decina di anni molti zoo del mondo occidentale furono completamente ristrutturati. Io stesso sono testimone di quella di Torino. Spesso furono le famiglie dei visitatori che decretarono il cambiamento, infatti il numero di coloro che visitavano gli zoo convenzionali o andavano ad assistere a spettacoli circensi dove venivano impiegati animali diminuì drasticamente. Da questa evoluzione del comportamento umano nella gestione animale i cavalli e gli asini rimasero esclusi.
I cavalli sono animali “domestici” non selvatici. E a differenza dei cani sono classificati animali da reddito.

Purtroppo per loro “domestico” è un termine che identifica un animale capace di vivere in un ambiente fortemente antropizzato cui sono negate per ignoranza o calcolo le necessità di specie.
Se domestico significa adattato a vivere con l’uomo a che serve dare loro maggiore spazio di quello corrispondente ad una stanza o un’aia, la possibilità di alimentarsi da erbivori e con continuità invece che ad ore fisse? La definizione animale da reddito ne giustifica poi la cura limitatamente a quanto può tornare utile alla produzione.

Nel frattempo, mentre negli zoo gli animali selvatici venivano in parte affrancati dalle gabbie, la bestia da lavoro cavallo si era già avviata alla trasformazione, iniziata la meccanizzazione agricola, in attrezzo sportivo rimanendo nelle poste o transitando nel “box”. Questo ha peggiorato se possibile la vita dei cavalli.
Da lavoratori da impiegare quando necessario e da mettere a riposo ma tenere con cura tra un lavoro e l’altro si sono visti trasformare in attrezzi sportivi sempre a disposizione ma spesso trascurati. Mentre il lavoro si ripresenta come necessità puntuale con l’avvicendarsi delle stagioni, lo sport è una passione che come arriva se ne va.
La ferratura era parte integrante della preparazione al lavoro anche se non sempre ed a seconda dell’animale impiegato, asino cavallo o mulo.
I ferri erano “il male necessario” da togliere ogni volta che lavoro non ce ne era o la stagione era finita.
E semplicemente era sentito come normale considerare necessari i tempi di riposo dalla ferratura. L’animale sportivo, poiché sempre teoricamente a disposizione, non ne gode più.
Una parentesi più lunga di quella che sto per dedicare meriterebbe la bocca. Le redini dell’animale da lavoro erano spesso posate. L’uomo aveva da manovrare l’attrezzo trainato dal cavallo. Di conseguenza spesso l’animale era in capezza, senza imboccatura. E senza paraocchi perché doveva vedere bene dove mettere i piedi nel bosco o su sentieri esposti a differenza del cavallo della corriera lanciato su strada.
L’addestramento sovente era fine e la manovra mediata da richieste vocali. L’addestramento fine nulla altro era che il risultato del gran tempo passato ogni giorno con l’animale. Antonio Broglia, commissario tecnico della nazionale attacchi e figlio di contadini amava ripetere: – chi lavorava con i cavalli, contadino, trasportatore o boscaiolo che fosse, non aveva nessuno ma proprio nessuno con cui parlare tutto il giorno. I comandi vocali e il finissimo controllo erano il risultato delle molte ore passate insieme.
Questi cavalli da lavoro, vera risorsa per la famiglia, venivano lasciati liberi nei boschi o nelle zone aride e improduttive quando il lavoro scarseggiava per ridurre l’impegno giornaliero di pulizia delle stalle ed il costo di foraggiamento.
Se ne possono osservare ancora. Sulle prealpi bellunesi in alcune malghe mi è capitato di trovare in alcuni periodi dell’anno cavalli scalzi che sembrano sculture di Michelangelo forgiate dal lavoro ed in attesa di riprenderlo. Insomma non erano certo rose e fiori ma il cavallo del contadino per molti aspetti stava assai meglio di quello del signore e viceversa ed alla fine della sua pur breve intensa vita produttiva l’animale aveva spesso anche qualche cosa di buono da raccontare. L’immagine del bruto che percuote l’animale era meno comune di quella che oggi si nasconde dietro le gradinate per punire il cavallo con rapidi ed alternati strattoni dolorosi delle redini.

Tutto questo è finito con i centri ippici e i condomini per cavalli dove al box si alterna il tondino. E la domenica il viaggio per il concorso. O il box perpetuo. O i piccoli recinti sgangherati pieni di fango. Quando l’equitazione diventa uno sport per tutti, l’animale non è tra coloro che ne trae vantaggio. Quando è uno sport esclusivo, la selezione, il macello, l’allenamento duro ed il comportamento brutale dietro le quinte è anche più comune.

Questo è sembrato il nuovo destino per i cavalli.
Se non che sempre più proprietari di cavalli e di asini non vedono il loro animale come la “bestia” da tenere chiusa in restrizione di movimento, da tirare fuori dal “box” come una motocicletta da corsa o da cross per fare un giro. A questi proprietari, la gestione ottusa è diventata stretta.

Perché?
Senza essere animalisti queste persone sono diventate consapevoli del maggior grado di benessere e di salute di cui possono godere gli animali governati con dignità e attenzione alle loro necessità di specie. Vorrei rimarcare che non si tratta quasi mai di altruismo. Non dobbiamo aspettarci che l’altruismo faccia parte della nostra natura biologica. L’altruismo va infatti insegnato dai genitori o dagli insegnanti ai figli ed agli studenti come forma di comportamento utile a migliorare le condizioni di vita comune. Nel caso degli animali, assai più distanti geneticamente per il proprietario dell’umano più distante, anche il minimo altruismo non trova giustificazione nella salvaguardia istintiva di una pur piccolissima parte del proprio genoma. L’utile consiste nel minore dispendio di energie necessario al governo e nell’investimento sul futuro .

Come?
La pulizia e l’igiene insieme alla tecnica rendono possibile, economico e performante il piede scalzo.
Sufficiente spazio e libero movimento allontanano e riducono la possibilità di traumi derivanti dalla mancanza di riscaldamento prima dell’allenamento.
La alimentazione di solo fieno ed erba, riducono se non cancellano l’insorgere di patologie gravissime, prime fra tutte le coliche e la laminite, prima e seconda causa di morte del cavallo domestico.
Fioccati, laminati e concentrati sono infatti l’equivalente dell’uso in alimentazione umana di alimenti ad alto indice glicemico responsabili di disordine metabolico.

Chi?
Maniscalchi, biologi, veterinari, agronomi e ricercatori universitari hanno contribuito, ognuno grazie alle sue conoscenze a tracciare, riscoprire sarebbe più onesto scrivere, la strada della parziale naturalizzazione dell’ambiente del cavallo che quando praticata elimina sofferenze, è pratica ed economica, fa rimanere sound gli animali a lungo.

Quando?
Si è arrivati a questo indirettamente. Le tecniche e le conoscenze sono ottime, la diffusione lenta dopo l’esplosione dei primi anni. Al rallentamento ha contribuito la attuale involuzione della nostra società occidentale. Non poco il discredito derivante dalla presenza di individui e gruppi non sufficientemente preparati.
Constatata la vigoria e bellezza dei selvatici scalzi ci si è chiesti se fosse possibile ottenerla nei domestici. Si è cominciato a sferrarli ed a rendersi presto conto che lo zoccolo e la performance dei selvatici dipendevano soprattutto dall’ambiente, alias spazio, movimento, pulizia ed alimentazione. I cavalli che popolano ancora le praterie americane perdono le loro caratteristiche dopo poche settimane dalla cattura.

E’ così che maniscalchi hanno cambiato nome e messo a punto nuove tecniche perché le vecchie erano solo premessa per la creazione di un piano di appoggio del ferro.
Biologi hanno osservato l’ambiente dei selvatici per riprodurne per quanto possibile le condizioni negli ambienti domestici. Agronomi hanno valutato le differenze nel contenuto di nutrienti fra ciò che che contiene la massa di cui si nutre il selvatico sano e ciò che viene proposto nella stalla al domestico pieno di problemi. Tecnici di laboratori americani specializzati nella analisi degli alimenti e ottimizzazione della dieta dei ruminanti per la produzione di carne, latte e derivati hanno creato dipartimenti specializzati per gli equidi. E ricevono campioni di fieno destinato a cavalli da tutto il mondo anglosassone, Australia, Sud Africa, Stati Uniti eccetera. Da qualche anno, grazie a Leonardo de Curtis (AHA) che per primo ha aperto la strada, anche dall’Italia. A prezzi e soprattutto con dettaglio di analisi dei nutrienti senza nessuna competizione possibile da parte dei laboratori italiani ed europei.

E’ nata la “gestione naturale”. Che vi invito a non dimenticare dovrebbe essere meglio chiamata “naturalizzata”. Con essa l’affrancamento dell’animale “da reddito” che non era stato possibile ai tempi dei biologi della generazione precedente alla mia. La diffusione del sistema, costituito dall’insieme di ciò che è stato riscoperto del vecchio governo e delle nuove tecniche, è il primo obiettivo del movimento barefoot sano. Le buone idee e propositi sono inutili se non vengono diffusi. Dalla home page della American Hoof Association: Certified Trimmers are available as clinicians; these experienced trimmers find education to be as important in their practice as is their work at the hoof.

L’obiettivo del “barefoot movement” che è innanzitutto il benessere animale associato necessariamente alla gestione semplice ed economica, si realizza attraverso la partecipazione e capacità del proprietario. E’ il proprietario che passa la maggiore quantità di tempo con gli animali, nessun professionista può sostituirsi a lui nella osservazione e cura quotidiana.
Cura che non è affatto difficile fin quando la situazione non è deteriorata e si posseggono pochi elementari ma logici principi e capacità manuale.
Si tratta di abbandonare degli stereotipi come la ferratura, le fasce e le coperte, i concentrati, il box. O altri stereotipi come la convinzione che l’animale non possa essere mantenuto in controllo senza imboccatura. Si tratta di capire che l’erba non è “uguale” durante le stagione dell’anno e ridurre o sospendere il pascolo primaverile. E di tante altre semplici accortezze da sostituire a comportamenti omologati.
Semmai le difficoltà derivano dall’inerzia che ci caratterizza, dalla paura di cambiare, dalla resistenza pesante opposta da chi vive sugli animali nel tentativo di mantenere rendite di posizione che trovano alimento nella malattia. Nonostante ciò sono sempre di più gli animali che vivono scalzi, mangiano da erbivori, sono condotti in capezza e godono di ottima salute senza causare grattacapi al loro proprietario rappresentando al tempo stesso il migliore biglietto da visita del sistema barefoot di gestione. Capaci di far fronte ad ogni terreno ed impiego come vedrete nel cortometraggio che ho preparato per voi.

Se credete che il vostro cavallo abbia bisogno dei ferri per muoversi con disinvoltura mettetevi in discussione. E’ l’ambiente che dovete modificare.
Se credete che il vostro cavallo abbia bisogno di essere alimentato sempre e comunque con concentrati mettetevi in discussione. Non conoscete gli erbivori e le loro necessità.                      Se credete che il vostro cavallo o asino possa essere impiegato come tosaerba primaverile dovete veramente mettervi in discussione.

La performance richiesta a cavalli senza ferri del passato era molto più dura di quella richiesta a qualsiasi cavallo sportivo di oggi. Il cavallo della statua dell’imperatore Marco Aurelio è scalzo, i romani non conoscevano la ferratura e ciò non ha impedito loro di conquistare l’Europa. Nel vallo Adriano, la più imponente fortificazione ed insediamento militare romano conservato fino ad oggi, non è stato trovato un solo ferro di cavallo. Nè ne parlano gli scrittori del tempo. I mongoli hanno devastato mezza Europa dopo avere fatto migliaia di km con i loro piccoli cavalli scalzi.
La ferratura nata nel Medio Evo e diffusa grazie alla siderurgia faceva fronte alle condizioni igieniche degradate delle stalle e alla necessità di maggiore offesa in battaglia. Se non siete in condizione di trarre vantaggio da una di queste due miserabili situazioni il detto ottocentesco “la ferratura è un male necessario” vi resterà in mano come una paglia corta. Ma inutilmente. La tecnica ed i materiali insieme al comportamento umano si aggiornano.

Franco Belmonte vive a Trevignano R. E’ un biologo da anni impegnato didatticamente nella formazione di pareggiatori e operatori del settore con obiettivo finale l’indipendenza del proprietario nella cura dello zoccolo e alimentazione del cavallo. Fa parte della American Hoof Association, espressione di agronomi, veterinari, ex maniscalchi, ricercatori e docenti universitari. Lui stesso collabora con facoltà di veterinaria ed è autore di pubblicazioni ad argomento podologico e di scienza dell’alimentazione su riviste specializzate nordamericane.

Sito blog : bitlessandbarefoot-studio.org

Il pascolo ed il lavoro nei campi

Ecco alcune considerazioni tratte dal corso web 2016-17. Scritte in occasione della lettura dell’ottavo capitolo del libro di Ramey a cura dell’agronoma K.Watts. Le ho pensate per i partecipanti al corso ma sono utili comunque. Il Pascolo e i suoi pregi e difetti, problemi e gravami. Soprattutto quando la zona non è appropriata e gli animali non particolarmente forti o addirittura sensibili o già laminitici. Vi consiglio la lettura degli altri articoli in questa sezione per meglio apprezzare questo.

Vi invito a procurarvi il libro “Care and Rehabilitation of the Equine Foot” e leggere attentamente, o rileggere, il capitolo 8 e quelli che seguono sul fieno e la elaborazione della dieta.

Se lo fate potrete tradurre ogni frase in un carico di conoscenze necessarie e lavoro notevoli. Tali da scoraggiare molti dal tenere uno o più cavalli per se o per altri? Non si possono scoraggiare gli ignoranti semmai andrebbero isolati non essendo possibile impedire loro di tenere animali. Non esiste una normativa. Il modo migliore è dirottare amici e clienti indicando  centri maggiormente attrezzati intellettualmente o invitarli a far da sé.

Le attenzioni al pascolamento sono particolarmente necessarie per i cavalli sensibili ed a tutti gli asini e poni e dovrebbero fare riflettere sulla necessità di orientare se stessi e gli altri verso una scelta consapevole dell’animale che si vuole portare a casa perchè costituirà eventualmente un grave problema. O di lavoro e attenzione oppure di inutilizzo e malattia. La scelta oculata dell’animale per la vita obbliga alla conoscenza, alla scaltra osservazione ed a sapere guardare in basso, in bocca e nel campo avendo le capacità proprie del vecchio mercante di cavalli. Ora, dell’hoof care provider ben addestrato.

Il lavoro e manutenzione dei campi è effettivamente un lavoro, oneroso e continuo. Quello che descrive Watts è ciò che fanno i contadini capaci ogni giorno. Sia che siano orientati alla produzione per il mercato che orientati alla produzione di foraggi ormai ritenuti particolari per il basso, e  ricercato, contenuto in carboidrati non strutturali o altri alimenti specifici. Si può pretendere che un proprietario sorvegli il pascolo continuamente, ruoti, delimiti, segreghi, concimi, arieggi, valuti l’altezza delle piantine? Decidete voi. Fatto sta che un cavallo o più cavalli costano e un tempo erano appannaggio del cavaliere che poteva mantenere scudiero, stalliere e contadino. In mancanza di servo, stalliere e scudiero o si lavora per quattro o la bestia ne paga le conseguenze.

Le difficoltà reali sono tali che probabilmente l’unica soluzione rimane quella del track system. Possiamo seminare o lasciare inselvatichire il campo. Il campo non è mai overgrazed. Le erbe rimangono in pace per il raccolto. Le erbacce cariche di inulina (fruttano) non se ne impossessano facilmente. I cavalli si muovono di più. Eventuale pascolo può essere ricavato dai campi a seconda della stagione e allora ritorniamo alla necessità di comprendere ma anche di fare esperienza. Il minimo verde tramite aperture e chiusure di settori è possibile.
Questo con tutte le accortezze , limitazioni e tempi che il track system o paddock paradise come volete chiamarlo comporta e già descritte nel lungo articolo di tanti anni fa che trovate sul sito in letture.

Non c’è spazio per il track system? Allora non c’è un pascolo di estensione tale da creare almeno stagionale apprensione ma un recintino dove nessun cavallo sarebbe giusto costringere.
Alternativa più scadente è il dirt paddock ovvero il recinto dove non c’è nulla di verde o di vivo, e l’accesso al pascolo viene limitato stagionalmente o per un certo tempo ogni mattina.
Personalmente utilizzo un sistema o l’altro a seconda della stagione. Il primo estate, autunno ed inverno. Il secondo in primavera. Ma non strettamente lasciando alla fantasia ed alla contingenza l’ultima parola. Dai primi di marzo alla fienagione i miei tre cavalli soggiornano in un ettaro dove non c’è nulla.

Sia nei campi dove i cavalli non vanno mai e raccolgo il fieno sia in quelli dove i cavalli stazionano, eseguo una leggera concimazione chimica bilanciata ogni due anni per favorire la crescita e la densità e con esse l’ombreggiamento e la riduzione nel contenuto di carboidrati non strutturali a parità delle altre condizioni. La sola fienagione comporta uno sfruttamento limitato della terra.
Tengo invece il letame da parte per concimare a fine inverno i campi dove i cavalli transitano o pascolano. Anche per comodità, le letamaie sono li.

Il ciclo del Fosforo è diverso da quello dell’Azoto che è il primo limitante.
Il letame sparso in primavera e non interrato o distribuito con pompe per liquami come si fa in Alto Adige non si disperde prontamente nel terreno e si perde l’azoto rapidamente nell’atmosfera a causa dell’azione batterica. Di conseguenza il terreno si sbilancia lentamente a favore del fosforo. E’ il caso dei campi che circondano molti allevamenti. Paradossalmente dove gli animali insistono e/o si usa lo stallatico distribuendolo con il carro spandi letame o semplicemente con la pala è quindi necessaria una concimazione bilanciata Azoto- Fosforo a favore dell’azoto. O la sola concimazione con Azoto (Urea).
Il fosforo si deposita con le feci non raccolte, con l’urina e con il letame sparso da noi e derivante dalla digestione del fieno raccolto altrove e tutto li resta. Gran parte dell’azoto invece si disperde nell’atmosfera.

A sua volta questo si riflette parzialmente in uno sbilanciamento dei macrominerali allontanando il rapporto Calcio – Fosforo da quello ideale! Puledri storti e altri guai seri ! Necessità di bilanciamento (soldi e tempo!) della dieta quando il fieno non lo è. Aggiungere Calcio significa compromettere il già delicato equilibrio con il Magnesio.
Ignorare e Sbagliare presentano il Conto.

Il bilanciamento tra tutte queste e molte altre variabili è l’hoof care provider che deve essere in grado di fare o suggerire o prescrivere. Spero che ormai sarete convinti che non si tratta, non lo concepiamo come un energumeno pareggiatore munito di raspa. Quella è una figura figlia del maniscalco che ha fatto il suo tempo.

Quando le cose divengono più facili???? Quando il pascolo è quello descritto su vecchi libri di agraria. Vi ricordate quello che ho letto a Cesenatico, della prima metà del secolo scorso? (Agraria, Hoepli) “Il pascolo è un terreno che a causa delle roccie affioranti, il pietrame, la copertura arborea parziale, la natura povera del suolo, l’orografia, la distanza dal centro abitato é tale da non consentire nessuna attività agricola redditizia”. Una meraviglia per il bestiame brado. Vogliamo destinare altri campi al pascolo? Ne pagheremo le conseguenze.

F.B.

Il pareggio in pratica – 5

La fine delle discussioni sull’altezza dei talloni

La lettura di questo articolo deve essere preceduta dagli altri della serie (1,2,3,4). Realizzazione immagini, ing. Rossella Ghetti

Prefazione

Da bravo pilota di linea dovevo, in avvicinamento al campo ed in assenza di visibilità,  confrontare in ogni momento l’altezza dell’aereo e la distanza dalla soglia pista lungo un sentiero strumentale che, quando standard, ha una pendenza di 3°.  Altimetri e strumenti per la misurazione della distanza devono dare indicazioni tra loro pertinenti. In biofisica e bioingegneria è abitudine fare paralleli e cercare  soluzioni  copiandole dal naturale.

Ho constatato che nessun maniscalco o pareggiatore é capacace di mettere velocemente in relazione il ribasso della parete ai talloni in millimetri con la variazione di pendenza n gradi dello zoccolo. Insomma che si lavora “un tanto al kg.”  Non bisogna sapere che cosa comporta una azione? Azione che dovrebbe realizzare un progetto ed ha una ricaduta più pesante di quella che si immagina? La maggior parte di coloro che prestano la loro opera professionale lavorando con i cavalli non ha una istruzione tecnica o appartiene  a quella vasta categoria che non ha mai avuto simpatia per i numeri. Questo articolo è dedicato soprattutto a loro.

–——

Gli articoli di Pete Ramey, soprattutto le pubblicazioni successive come l’audiovisivo (“Under The Horse”)  sono chiari nell’esaminare le varie condizioni e situazioni che possono chiedere un lavoro differente  della parte posteriore dello zoccolo.  Nonostante ciò a dieci anni di distanza dalla loro pubblicazione è ancora diffusa l’incertezza.

Perché?

Molte persone mi hanno detto di conoscere Pete Ramey e magari di condividerne la tecnica così come di conoscere Jackson. Jackson non é solo l’autore del materiale divulgativo tradotto in italiano. Pete Ramey non è solo l’autore degli articoli del 2005 tradotti da Alex Brollo. Molto di più si trova negli audiovisivi di cui “Under The Horse” è introduzione e nel  libro “Care and Rehabilitation of the Equine Foot”. Per questo ma anche perché le pubblicazioni che diventano vecchie tendono ad essere dimenticate ho deciso di scrivere questo articolo ritornando sulle loro considerazioni ed aggiungendone altre nella speranza di fare chiarezza … per colui che vorrà questa volta prestare attenzione.

Durante le mie presentazioni della tecnica barefoot cerco di proporre un quadro riassuntivo dei vari autori, delle varie idee ed osservazioni che hanno reintrodotto la pratica del cavallo scalzo in occidente. Così, mentre attribuisco alla Strasser il merito di avere creduto nel barefoot già esaltato negli scritti di Bracy Clark due secoli prima, attribuisco a Jackson il merito di averci liberato dal dogma della pendenza dello zoccolo grazie alla osservazione naturalistica dei cavalli rinselvatichiti ed alla raccolta di dati.

Con loro si è aperto un ciclo, alcuni animali sono stati restituiti ad un ambiente naturalizzato mentre ci si é chiesto “nuovamente” cosa è opportuno fare quando il consumo limitato dal ridotto movimento non può compensare la crescita o la mancanza di varietà di terreni nei recinti non abitua lo zoccolo ad affrontarli. Lo stesso problema si presenta da sempre ed è trattato da Senofonte nel suo Ipparco. Tra le edizioni disponibili : “L’equitazione nella Grecia antica”- Trattati equestri di Senofonte e i frammenti di Simone- MEF

Con Ramey, Bowker ed il carico distribuito si è arrivati al totale disimpegno nella lavorazione della parete (libertà nella scelta della protrusione della parete dal piano della suola e poi nella sua finitura) che consente di affrontare con una efficacia prima sconosciuta la riabilitazione del laminitico senza l’utilizzo degli accessori che sono impiegati in mascalcia. Tra questi quelli utilizzati da Ovnicek dopo il pareggio e per la ferratura Natural Balance che descrive sull’ Adams’.

fig.1 modificata

figura 1

Gaussiana simile a quella di Jackson, “The Natural Horse”. In ascisse la pendenza della dorsale della capsula (toe angle). In ordinata la popolazione dei cavalli sui quali Jaime ha condotto le osservazioni. La curva di sinistra è relativa allo zoccolo anteriore. La curva di destra al posteriore. I valori , 54° e 58° sono i più rappresentati nella popolazione. Man mano che ci si allontana verso sinistra o destra il numero di animali cui appartiene una pendenza inferiore o superiore diminuisce. Diminuisce ma ciò non vale a sostenere che la loro conformazione è inferiore o inadeguata. La diversa conformazione è espressione della variabilità nella popolazione. La variabilità è una ricchezza. Una bella osservazione naturalistica di Jackson. Altri dati, ricavati su popolazioni di animali in evidente stato di stress come quelle, ad esempio, dei brumbies australiani debbono essere considerati con cautela.

Alla differente pendenza dello zoccolo deve essere ricondotta la diversa altezza che si “pretende” attribuire ad un tallone. Da sottolineare ancora che la pendenza è individuale come l’altezza e massa della piattaforma posteriore del piede.  Altre considerazioni sui possono fare sulla relazione tra altezza e larghezza del piede, massa dell’animale e superficie di appoggio, altezza dello zoccolo e data la velocità di produzione dell’unghia periodo necessario al rinnovamento totale.

La terza falange è un solido approssimativamente triangolare se osservato di lato. Consta di tre lati o facce. Dorsale, articolare, palmare o plantare. Qualsiasi variazione di pendenza della dorsale  si riflette sull’angolo di incidenza, o angolo di assetto, del lato palmare con il piano di appoggio. E come potrebbe essere diversamente se si tratta di un solido?

fig.2

figura 2

Terza falange stilizzata in due diversi assetti. Faccia palmare o plantare parallela al piano di appoggio (nero) e non (rosso). A diversi angoli di assetto b corrispondono diverse pendenze. Ad una variazione della pendenza corrisponde una variazione di assetto ed una eguale variazione di pendenza della corona. a=b=c

Se desiderassimo il nostro solido (con l’angolo compreso tra dorsale e articolare di 105° e l’angolo compreso tra articolare e palmare di 30°) appoggiato e parallelo al piano di appoggio, dovremmo per forza avere l’angolo compreso tra dorsale e palmare di 45°. Mi riferisco ora allo zoccolo del bipede anteriore.

Se siamo liberi dal dogma della dorsale a 45° e della articolare a 30° e lo siamo perché nessun teorema può vincere la osservazione e constatazione di ciò che esiste in natura ci limiteremo a accettare il diverso assetto dimostrato dai vari cavalli, rinselvatichiti o domestici che siano, come a loro proprio.  Se ad ognuno appartiene una diversa pendenza perchè forzarli ad assumerne una….


Nella descrizione della recente scarpetta Scoot (anno 2016) ad esempio il costruttore chiede il pareggio dei talloni indicando una minima profondità delle lacune collaterali al fettone cui consegua il parallelismo tra terza falange e piano di appoggio! Pensate quali forzature si continuano ad indurre. Dovessi pareggiare i miei cavalli seguendo quelle istruzioni li renderei immediatamente doloranti e bisognosi della protezione con scarpette. Il costruttore delle scarpette Scoot mette insieme molte affermazioni sensate accompagnate da vere e proprie stupidaggini. Il proprietario è indotto a creare nel piede del suo cavallo forme e proporzioni come se si trattasse di un pezzo di legno da scolpire. Nessuna cautela riguardo alle strutture interne,  densità e stato dei tessuti. Si ripropongono come se nulla fosse successo durante questi ultimi venti anni le stesse operazioni che hanno reso zoppi tanti cavalli dopo il pareggio e procurato al sistema Strasser tanti nemici e azioni legali, discredito ed abbandono. Il costruttore e venditore della scarpa conduce di fatto il cliente a costruire uno zoccolo dentro al suo prodotto piuttosto che una scarpa adattabile intorno allo zoccolo. Molti problemi di progetto sono risolti. Sarebbe accettabile dichiarare che la scarpetta si adatta ad un tipo di zoccolo, forzare decantando una forma non lo è affatto).  Riporto alcune frasi dalla pagina “sizing”: (…the ideal angle-of the coronet-should be at least 30°, which will ensure the coffin/pedal bone is ground parallel. To ensure that your horse has had a correct trim, this means low heels, no flare ). Etcetera. Le parole low heels di per se non significano nulla. Come vedremo nel prossimo articolo sul “pareggio in pratica” anche le flare non sono armonizzabili o riducibili sempre e comunque. La pubblicità della Scoot può condurre il proprietario ad azioni gravemente lesive.

Ecco delle frasi estratte dalla pubblicità alla scarpetta Scoot:

To ensure your horse has had a correct trim – this means low heels, no flare and bevelled hoof edges and rolled toe:

The heel height should range from 0mm (0″) to a maximum of 15mm (5/8″) from the bottom of the collateral groove to the top of the heel at the heel buttress (this is to ensure that the horse’s frogs have sufficient ground contact)

The ideal angle of the hairline at the coronet should be at least 30 degrees which will ensure the coffin/pedal bone is ground parallel

obvious indicator is the angle of the hairline at the coronet.

The ideal angle should be at least 30 degrees, which will ensure the coffin/pedal bone is ground parallel.

To ensure your horse has had a correct trim – this means low heels, no flare and bevelled hoof edges and rolled toe:

The heel height should range from 0mm (0″) to a maximum of 15mm (5/8″) from the bottom of the collateral groove to the top of the heel at the heel buttress (this is to ensure that the horse’s frogs have sufficient ground contact)

The ideal angle of the hairline at the coronet should be at least 30 degrees which will ensure the coffin/pedal bone is ground parallel

obvious indicator is the angle of the hairline at the coronet.

The ideal angle should be at least 30 degrees, which will ensure the coffin/pedal bone is ground parallel.


…  Ad ognuno di quegli infiniti assetti corrisponderà un diverso angolo palmare e gioco forza un diverso angolo di incidenza della faccia palmare con il terreno o piano di appoggio. Mi riferisco sempre per comodità ad un anteriore.

Se dovessimo pensare che non é così noi umani dovremmo calzare scarpe munite di tacchi di altezza diversa o suole di diverso spessore in punta per far assumere a tutti i nostri piedi il medesimo assetto o dovremmo  fare  ai nostri piedi quello che si pretende fare ai cavalli ovvero lavorarne il tallone al fine di raggiungerlo?

Nelle dissezioni accompagnate dalle note, relative alla capacità e soundness del cavallo prima della morte, la soundness è stata associata statisticamente ad un angolo palmare positivo, all’assetto positivo rispetto al piano di appoggio del lato soleale della terza falange. Il parallelismo invece alla incertezza o alla zoppia. (Bowker, Michigan Sate University)

Anche non volendo considerare valide o veritiere per qualsivoglia motivo questa osservazioni rimane il fatto che durante l’elaterio (per chi ancora crede in esso e la parola “crede” ci sta bene perchè la mascalcia dagli albori fino all’inventore delle scarpette Scoot è stata e resta un atto di fede) i talloni si allontanano uno dall’altro. Magari un pochino. O vogliamo “credere” ad una capsula cornea assolutamente rigida ed indeformabile? Con l’aumento della distanza tra i talloni la parte posteriore del piede si avvicina a terra e la capsula cornea e il nostro triangolo o terza falange se preferite, ruota in senso antiorario. La pendenza della dorsale della capsula si riduce, con essa quella della dorsale della terza falange e di conseguenza essendo essa appunto un solido si riduce l’angolo di incidenza della sua faccia soleare rispetto al terreno. Si riduce dello stesso numero di gradi.

Nel momento di massimo carico e di deformazione dello zoccolo lo scarico della forza peso avviene in modo ottimale se la terza falange (il nostro triangolo) vede la sua faccia soleare parallela al terreno.

fig.3

figura 3

Zoccolo stilizzato, vista posteriore. Appoggio in movimento e divaricazione dei talloni, deformazione elastica.

fig.3a

Figura 3a

Stesso zoccolo, vista laterale e indicazione dei due diversi assetti di P3, la freccia indica sia la rotazione di P3 che la deformazione elastica della capsula.

Per risultare parallela o quasi al terreno quando il carico è massimo la terza falange deve essere orientata con un certo angolo positivo quando il carico è più basso. Per esempio quando il cavallo è fermo e sullo zoccolo arriva a gravare soltanto la forza peso. La forza che grava sullo zoccolo aumenta considerevolmente quando il cavallo è in movimento.

Dovrebbe essere chiaro che partendo da un assetto pari a 0° a riposo, nel momento di massimo carico il nostro triangolino o P3 assumerebbe un angolo negativo rispetto al piano di appoggio. Questo peggiorando la capacità di trasferimento dei carichi a terra e creando zone di maggiore o minore compressione nel connettivo interposto tra terza falange e suola.

Pensate ad una balestra. Rivolge la sua convessità verso la strada e quando viene caricata la perde, tutta o in parte.

Probabilmente questa situazione viene riproposta ogni volta che, con il pareggio, si pretende di riportare la terza falange parallela al suolo a cavallo fermo. Magari sfruttando una immagine radiografica che per forza di cose si ottiene a cavallo fermo.  Perchè il cavallo è, anche se non sempre, in grado di far fronte a questa situazione negativa e nascondere l’errore umano?

Pensando a dove e come la tesi del parallelismo della terza falange con il suolo è stata formulata e continua ad essere difesa vi rispondete da soli. Se il cavallo vive su un terreno penetrabile e non aggressivo e compete su sabbia o erba, può disporre lo zoccolo come meglio crede. La punta dello zoccolo può penetrare nel terreno, riportando la sua pendenza apparente a quella corretta. Una pianura alluvionale tedesca o un prato inglese consentono questo. Meno sostenibile sarebbe la situazione su terreni vari, su pietraie, ghiaia, terreni secchi e duri dove quegli stessi cavalli incontrerebbero maggiori problemi e dovrebbero calzare scarpette o essere ferrati.

Ma veniamo finalmente ai talloni. Sono essi con la loro forma, dimensione, altezza, a reggere la pendenza dello zoccolo. Più basso il tallone minore la pendenza e viceversa. Se è vero che esistono zoccoli più corti e più lunghi, più alti e più bassi, più o meno ripidi, più grandi e più piccoli, come i nostri piedi e le nostre scarpe, assegnare una costante all’altezza dei talloni almeno stona. Per costringere la terza falange ad essere parallela al piano di appoggio  saremmo costretti ad abbassare i talloni. Ma di quanto?

Vi propongo un piccolo esercizio di geometria. Guardate la figura n. 4. La base del triangolo é di 6 cm. Ad un angolo all’ipotenusa di 1° corrisponde una altezza del triangolo di 1 mm. Ad ogni incremento dell’angolo di un grado corrisponde un aumento dell’altezza di un millimetro.

1° corrisponde a 1 mm. 2° ” a 2 mm. E così via…questa è una approssimazione che vale per angoli piccoli, fino ad una decina di gradi.

fig.4

figura 4

Triangolo di base 6 cm. Ad un angolo di 1° corrisponde una altezza di 1mm. E così via. L’approssimazione vale per piccoli angoli.

Ora un esempio.

Scegliamo un cavallo con uno zoccolo lungo 12 cm. Disegniamo un triangolo di base 12 cm. invece che di 6 cm. Ad ogni grado corrispondono ora 2 mm. Guardate i due triangoli simili di figura 5.

fig.5

Figura 5.

Due triangoli simili di 6 e 12 cm. con altezza 0.5 e 1cm.

Ora immaginiamo uno zoccolo intorno al nostro triangolo lungo 12 cm e altezza 10 mm. Aggiungiamo un oggetto sopra l’ipotenusa del triangolo. Immaginate sia la terza falange.

fig.6

Figura 6

Sopra il triangolo di base 12 disegniamo un altro oggetto (P3)

Per portare l’oggetto 🙂 parallelo al terreno dobbiamo ridurre l’altezza del triangolo su cui appoggia ( l’altezza dei talloni), di quanto? Dovreste essere in grado di rispondere.

Se volessimo ridurre la pendenza da 5° a zero e il piano su cui l’oggetto poggia fosse lungo 12 cm. dovremmo portare l’altezza del triangolo da 10 mm. a 0 mm.  Se prima del pareggio la parete all’angolo di inflessione sporge sufficientemente dal piano della suola il problema è eventualmente limitato ad una sensibilità aumentata o ad una ridotta stabilità su terreno penetrabile. Se invece il parallelismo è ottenuto portando verso 45° la pendenza dello zoccolo oppure ed é lo stesso a 30° la pendenza della corona senza riguardo a ciò che è necessario togliere nella parte posteriore del piede la sensibilità diventa più propriamente dolore. Un conto è ridurre l’altezza della parete (unghia) rispettando la suola altro invadere la suola.

Altra complicazione è determinata dalla perdita dell’arco palmare. La base del triangolo di fig. 6 non è effettivamente un piano ma un arco. Se si ribassa la parte posteriore dell’arco si perde la curvatura. Se si vuole riottenere la curvatura è necessario invadere la suola ai quarti e così via.

Potete comprendere come e quanto la volontà di realizzazione di una idea, in questo caso una pendenza data o un immaginario tallone “basso” possa guidare ad un pareggio distruttivo. La pendenza non è determinata da un punto all’estremità posteriore dello zoccolo. E’ tutta la piattaforma posteriore del piede a contribuire. Tutta la zona dell’angolo di inflessione, le barre. Ma le barre, anche esse mortificate dal coltello, portano via con loro trazione, aderenza, capacità della suola di resistere ad una deformazione eccessiva sotto carico. Eccetera.

Quando volete un “tallone basso” riflettete. Quando un pareggiatore vi dice che il vostro cavallo ha un “tallone troppo alto”chiedetegli perché. Insegue un modello?

Si accinge a entrare nel piano della suola per ridurne l’altezza o la parete sporge da essa eccessivamente? Sono due situazioni molto diverse. Solo nel secondo caso la riduzione dell’altezza della parete ai talloni è probabilmente dovuta (ma in ogni caso prima di ridurla il pareggiatore dovrà chiedersi il motivo del mancato consumo). Nel primo caso il cavallo  potrà recuperare la disinvoltura e sicurezza del passo solo in molto tempo. Durante tutto quel tempo potreste credere che il barefoot non fa al caso vostro e sia una cosa sbagliata. Quando il cavallo darà segni di recupero sarà ora di un nuovo pareggio e se la volta precedente avete chiuso gli occhi la seconda saranno i vostri vicini a farveli riaprire. Peccato che incriminato sarà il cavallo ed il barefoot non lo sconsiderato ignorante che avete pagato per causare un danno.

Un conosciuto video di alcuni anni fa della “Scuola Svedese di Pareggio” mostra come uno zoccolo del moncone di una zampa di cavallo risponda con un elaterio maggiore dopo avere ridotto l’altezza ai talloni. Non voglio affermare la praticità ed efficienza di un tallone “troppo alto”. Al contrario. Ma nessuno può chiedere a quel moncone  se stava meglio prima.

Il vostro pareggiatore sa riconoscere il piano della suola magari ricoperto da materiale non esfoliato? Non sarebbe opportuno salvaguardare le placche di materiale non esfoliato sulla suola o accettare una altezza dei talloni appena più elevata? Riconosce l’importanza dei vari terreni? Quella della corretta alimentazione e dei problemi causati da uno sbilanciamento, eccessi e carenze? La necessità della disinfezione dello zoccolo ed in particolare del fettone? Vale la pena intervenire su un asse digitale? E se si di quanto varia l’allineamento fra terza e seconda falange se, potendo e avendo materiale a disposizione, riduco la protrusione della parete ai talloni di tot millimetri se lo zoccolo è lungo tot centimetri? Quanto carico un fettone malandato può sopportare e quanto, gradualmente, possiamo riportarlo in gioco considerando la penetrabilità del terreno dove il cavallo vive? Eccetera. Non sono domande o risposte semplici? Coloro che non sanno rispondere  studino. Leggere e comprendere gli scritti e gli audiovisivi di Ramey può farvi evitare  errori.  Il tempo della sperimentazione non è definitivamente finito ma non giustifica l’ignoranza e la maggiore sensibilità dei cavalli ad ogni pareggio. Se siete proprietari infine sarebbe meglio che voi stessi possedeste elementi di meccanica applicata al pareggio, visto che non potete sperare che chi avete chiamato li abbia. E far da voi.

 

Alimentazione, analisi del fieno

Novembre 2016

Mentre io,Leonardo de Curtis e Michela Parduzzi da qualche anno durante i corsi, con i conoscenti ed i clienti parliamo di nutrizione, di analisi del fieno e della integrazione della dieta del cavallo e dell’asino, negli USA e mondo anglosassone in genere la pratica è consolidata. La rivista The Horse (da non confondere con The Horse’s Hoof edita da Yvonne Welz) non lascia passare un mese senza pubblicare un articolo sul fieno, sull’erba. La cosiddetta sindrome metabolica trova la sua origine nelle erbe e di conseguenza nei fieni con esse prodotti. Le erbe sono state “migliorate” nei decenni per massimizzare la produzione degli animali da reddito. Un settore dove l’obiettivo non è quello della performance del cavallo atleta o dell’animale che deve vivere a lungo. Senza una analisi del fieno non è possibile correggere la dieta o decidere di cambiare fornitore. Se per un animale apparentemente in buona salute la analisi del fieno è cautelativa e preventiva, nel caso di un laminitico o prono alla laminite si tratta del passo necessario per affrontare con determinazione e efficacia il cambio di gestione.                                                

In questo articolo una alimentarista spiega semplicemente la procedura di campionamento e analisi al proprietario.                                                                

Americani, australiani, sudafricani e popoli di lingua inglese in genere inviano i campioni di fieno per l’analisi ad un laboratorio nello stato di NY. Non solo i proprietari di cavalli ma soprattutto gli allevatori di bovini e i produttori di latte. Altri laboratori lavorano in USA, ad esempio quello associato all’Università del Kentucky.  Purtroppo in Europa la pratica non è ancora diffusa, i costi di analisi sono estremamente più elevati, le unità di misura per l’energia adatte all’erbivoro ruminante, di alcuni minerali ad esempio il rame non viene determinato il contenuto.  Infatti, come gli australiani  o i tedeschi per esempio, affrontando una pratica burocratica extra io e Leonardo de Curtis preferiamo inviare i nostri campioni in USA. Riceviamo il profilo alimentare in 15-25 giorni.  

Leggete gli altri articoli di presentazione dell’argomento in questa sezione, l’alimentazione è uno dei più importanti aspetti della vita. Il vostro pareggiatore NON è un vero professionista se non è sensibile all’argomento e non è capace di aiutarvi e sostituirsi a voi almeno nel campionamento del fieno. Una pratica che è semplificativa della gestione e quindi economica.

The Horse, 7 novembre 2016

Hay analysis is the most accurate way to determine your hay’s chemical composition and nutrient value. The data you get back is useful in deciding whether a particular hay is a good choice for you horse. Ideally, hay growers should analyze it prior to purchase, but unfortunately fewer growers and brokers fully test hay they sell to horse owners prior. Therefore, you’re often left analyzing the hay post-purchase. If you have a horse with special dietary needs, such as low nonstructural carbohydrate (NSC) levels due to equine metabolic syndrome, purchasing hay before it is tested is a gamble.

Get a Good Sample
The data provided on a hay analysis is only as good as the submitted samples, so getting a representative sample is very important. While you might feel tempted to take a grab handful from a bale to submit to your chosen lab for analysis, this won’t result in data that’s representative. You’ll need to collect samples from multiple haybales. According to the National Forage Testing Association, the first step is to identify a single lot of hay. If testing hay prior to purchase, make sure the sample is from a single cutting, from the same field, and of the same type of hay.
If possible, avoid testing hay that has just been baled. Hay just off the field may might have high moisture levels, which can impact results. It’s better to take a sample at the time of sale or just shortly before feeding it. This way the results more closely match the hay you are actually feeding.
Next, you will need a hay corer or probe. This is typically a hollow stainless steel tube with a sharpened end that’s about two feet long and 3/8- to ¾-inch in diameter. Smaller diameter cylinders result in a sample that does not adequately represent the stem-to-leaf ratio of the hay and might result in inaccurate data. The market offers several commercial hay probes, a common one being the Penn State Sampler. This corer is attached to a battery or electric drill for easy sample collection. The National Forage Testing Association (NFTA) offers a list of hay-testing probes and where to purchase them. Shafts made of metals other than stainless steel should be avoided as they could contaminate the sample. Some analysis labs sell probes and include the cost of a test in your purchase.
You’ll also need something to place your samples in as you core a minimum of 20 bales. I recommend having a sealable storage bag on hand for collecting the samples.

Collecting and Shipping Your Sample
With hay probe and bag in hand you are now ready to walk around your haystack selecting random bales to sample. It is important that you don’t avoid or select any particular bale. Rather, walk five steps and sample a bale. Walk 10 steps and sample another bale, regardless of what the bale looks like.
Take the sample from the short end of the bale, so when you insert the probe it cuts through a cross section of several flakes. Draw imaginary lines from corner to corner of the short end making an X and insert the probe where the lines cross. The probe must be inserted into the bale straight for about 12 to 24 inches. After removing the probe from the bale, empty the contents into your bag before moving to the next bale. Repeat about 20 times randomly around the stack.
Knowing how much forage to collect for your sample is important. The lab needs to grind the whole sample for accurate testing, and if you send too much they might just grind a subsample, which defeats all your efforts of collecting samples from multiple random bales. Ask your lab contact in advance whether the lab will grind the entire sample and how much sample is needed. Most require about a pound of hay.
Once collected, seal the bag and mail it as soon as possible. Avoid leaving on the seat of your car or other potentially hot areas, because this could cause some nutrient deterioration. My preference is to send the sample in a two-day flat-rate envelope.

Use the Right Lab
Choose a lab that participates in the NFTA proficiency certification program. Labs participating in this program are sent blind samples by NFTA to test and the results must match the true mean within a certain accepted range of accuracy.
Note that most labs are analyzing feeds for ruminants and not horses, so an important question to ask is whether the lab does a specialized analysis for horses. Labs that do analysis of hay solely for ruminants will not be able to provide an estimated energy content of the hay for horses. Additionally, they might not perform all the nutrient analysis desired, such as starch and trace minerals. I recommend at a minimum having energy, protein, calcium, phosphorus,magnesio, iron, copper, zinc, and manganese tested, along with the breakdown of carbohydrate fractions acid detergent fiber, neutral detergent fiber, starch, water soluble carbohydrate, and ether soluble carbohydrates. Some feed companies offer hay analysis services to their customers, so you might want to check with your chosen feed company’s representative to see if this service is available.

Hay Analysis Cost
The cost from lab to lab and will depend on the types of analysis methodology used and how many nutrients you would like tested. It’s possible to get a very thorough range of nutrients tested for approximately $30 using what is known as near infrared reflectance, or NIR. E’ necessario aggiungere il costo di campionamento,spedizione e autorizzazioni per chi non vive in USA.  Using this methodology the sample is ground and subjected to light. The spectrometer that measures this has been calibrated to samples of known nutrient content and therefore the amount of infrared light reflectance is used to determine the nutrient content.
Some labs might also use wet chemistry. These techniques are more expensive due to the fact that they are more labor intensive and time consuming. With this technique, the ground sample is subjected to treatment with a number of reagents often under heat. Some believe that these techniques give more accurate results, because you’re not reliant on calibration of the NIR equipment. However there’s always the possibility of error with the wet chemistry techniques, as well.
I generally recommend NIR testing methods for carbohydrates and protein analysis. Minerals don’t utilize NIR and by making use of the slightly cheaper NIR tests it often allows for the testing of minerals not typically included in standard testing packages such as selenium. However, when testing hay suitability for horses with metabolic issues where the NSC percentage is significant, it might be of benefit to utilize the wet chemistry analysis.

Take-Home Message
Hay testing can be an important step in better understanding exactly what your horse is eating. It can help you to make choices about whether additional feeds and supplements are necessary as well as determining whether a specific hay is even appropriate for your horse. While I would argue that some data is better than no data, because an accurate and representative sample is needed for good results, if you buy hay in small quantities or go through your hay supply rapidly it might not be worth conducting an analysis.

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Clair Thunes, PhD
Clair Thunes, PhD, is an independent equine nutrition consultant who owns Summit Equine Nutrition, based in Sacramento, California. She works with owners/trainers and veterinarians across the United States and globally to take the guesswork out of feeding horses. Born in England, she earned her undergraduate degree at Edinburgh University, in Scotland, and her master’s and doctorate in nutrition at the University of California, Davis. Growing up, she competed in a wide array of disciplines and was an active member of the United Kingdom Pony Club. Today, she serves as the regional supervisor for the Sierra Pacific region of the United States Pony Clubs. As a nutritionist she works with all horses, from WEG competitors to Miniature Donkeys and everything in between.

Il pareggio in pratica – 4

Il roll ed il bevel.

segue ai precedenti 1-2-3

Accorciando l’unghia facendo riferimento al piano della suola e scegliendone la sporgenza abbiamo già impostato lo zoccolo. La densità, integrità e spessore del materiale corneo, la natura del terreno più o meno penetrabile ci fanno giocare in un intervallo di un paio di millimetri.

Dopo il ribasso e la così detta riduzione di capsula e parlando sempre, vi ricordo, di uno zoccolo sano dove le varie parti sono in corretto rapporto fra loro l’insieme si presenta grezzo con spigoli più o meno taglienti. Tutta la water line (la parte non pigmentata della parete) raggiunge terra. Così anche, in parte o tutta, la parte pigmentata (o parete esterna).

Se questi termini non vi sono familiari fate un po’ di pratica studiando i siti di Paige Poss. Trovate i riferimenti per raggiungere “ironfreehoof “ed “anatomy of the equine” qui nella sezione link del sito.      E’ mia opinione che non sia necessario fare dissezione per comprendere la fisiologia dello zoccolo, ci sono ormai siti di anatomia come quelli di Paige che rendono secondaria la dissezione che resta comunque una opzione per coloro che si vogliono dedicare alla podologia in modo specialistico.

Gli spigoli si rompono, si scheggiano o feriscono, vengono rapidamente consumati, le superfici si arrotondano. Il nostro cavallo se fosse libero di muoversi su grandi distanze dimostrerebbe pareti arrotondate e piani variamente orientati, non spigoli vivi. Da questa constatazione ed osservazione nacque l’idea del “roll”.

Il “roll” venne concepito come una finitura attraverso la quale si smussava dolcemente la parte esterna dell’unghia pigmentata. Limitandosi alla parte pigmentata appunto senza interessare la water line, la massa della parete.

Perchè ci si era dati questo limite? Una smussatura ridotta preserva dalla scheggiatura ma lascia a terra, in contatto con il piano di appoggio (se pensate  ad un piano di appoggio non penetrabile, rigido come quello di una piazzola di cemento) la massa della parete, quindi tutta la water line che ne costituisce la gran parte.

Nella visione di chi ha inventato il “roll” il peso del cavallo viene scaricato a terra dalla parete, dall’unghia tramite le lamine, il tessuto di connessione interposto tra la terza falange e la parete. Oggi, passate di moda le lamine, tramite la suola che, come un soffitto a volta caricato trasferisce le forze tangenzialmente a se stessa fino a raggiungere la sua periferia dove è saldamente connessa appunto alla parete che infine la scarica a terra.

Chi ritiene, in entrambi i casi, che la parete sia l’ultima responsabile dell’appoggio vorrà che raggiunga terra con la maggiore superficie possibile quindi ne sacrificherà una minima parte nell’esecuzione del “roll”.

E’ da dire che la stragrande maggioranza di coloro che arrotondano la parete non lo fa avendo in mente questo principio e ragione ma solo per sentito dire, per copia conforme, perché così si fa. E il “roll” diventa diverso, un rollone come dico spesso scherzando o un roll timido come dicevano altri.

Fatto sta che il dogma del carico periferico (parete responsabile della scarico a terra della forza peso) ha subito dei poderosi attacchi con Pete Ramey e Robert Bowker. Nessun cavallo rinselvatichito o domestico che sia si muove o dovrebbe muoversi su una superficie non penetrabile. La roccia, l’asfalto, il ghiaccio sono occasionali. La norma è la terra, l’erba, la sabbia, le pietre di varie dimensioni. In tutti questi casi il carico non è periferico sulla parete ma, distribuito. In gran parte grava su suola, barre, fettone. Tanto più quanto lo zoccolo penetra nel terreno e ci lascia un’orma.

Ramey e Bowker hanno riscoperto e proposto in un ambiente che effettivamente ha poco di scientifico ciò che era conosciuto da tempo.  Sul Kent, il più diffuso libro di anatomia comparata degli anni ’60 e ’70 trovate: (il cavallo poggia sulla suola…come ogni altro mammifero).    Nessun biologo o naturalista si sarebbe mai stupito di questa affermazione.

Lasciare tutta la water line “a terra” diventa allora secondario e il più delle volte controproducente. Quando però sarà meglio lasciare tutta la water line e anche il più possibile della zona pigmentata a terra? Quando di fatto il cavallo è costretto, volente o nolente a muoversi su una superficie dura e liscia. Sarebbe il caso del cavallo che traina una carrozza per strada.  Si tratta più che altro di occasioni.

Il “roll” è visibile nel mondo reale in cavalli che vivono su terreni molto accidentati e pietrosi. Camminando a lungo la parete si arrotonda, levigata da sassi e particelle di ogni dimensione.

Man mano che l’ambiente si addolcisce la parete si arrotonda appena in punta mentre continua ad esserlo maggiormente procedendo verso i quarti.  Sia nei DVD di Jackson che di Ramey viene  sottolineata la differenza di finitura dalla punta verso i talloni. Mentre ai quarti la parete si presenta sempre arrotondata perchè consumata in questo modo dallo zoccolo che cambia direzione, alla punta la parete è caratterizzata da un bevel (traduzione piano inclinato) con origine nella water line, di varia pendenza a seconda dell’andatura.

Pensate al cavallo che si muove in avanti in linea retta. Il tallone si alza, lo zoccolo leggermente affondato nel terreno ruota fino a staccarsi da terra mentre nello stesso tempo il carico si riduce progressivamente. Si crea approssimativamente un piano della lunghezza di qualche millimetro, il bevel. Questo piano inclinato fa si che le forze di reazione del terreno alla forza peso mentre il cavallo è fermo o in movimento si orientino diversamente e si riducano ( molto meglio sarebbe dire che l’abrasione continua modella la parete a seconda della intensità e direzione delle forze che applica e a cui è soggetta).                                                                                 La forza di reazione del piano di appoggio al peso si scompone ed una parte si orienta verso l’interno dello zoccolo con una minore occasione di separazione tra parete e osso triangolare e minore sollecitazione del connettivo, le lamine. Un’unghia finita e lasciata con il suo margine parallelo al terreno (come nella preparazione per la ferratura) è maggiormente sollecitata a separarsi, ad allontanarsi dalle strutture sottostanti.

La nostra finitura comprende quindi un bevel più o meno inclinato, 20°-35° e con origine nella white line. L’origine la troviamo, se volete un’indicazione di massima, a 5-6 millimetri dal margine della suola. Se la white line è larga quanto dovrebbe, circa 3 millimetri, rimangono a terra (su supeficie impenetrabile come il cemento o la roccia) altri 3 millimetri di water line. Quando il cavallo abbandona la piazzola il resto della parete che fa parte del piano inclinato o bevel, è comunque caricato, sia pure in minore entità, perché di fatto il piede sprofonda e si mette completamente e progressivamente in contatto con il terreno.

Tenendo quindi la nostra raspa inclinata  rispetto al piano della suola realizziamo questo piano asportando una piccolissima quantità di materiale lungo tutto il perimetro da quarto a quarto. Infine smussiamo la parte più esterna della parete così finita con un piccolo roll di cui partecipa solo la parte più esterna pigmentata. Man mano che procediamo verso la parte posteriore del piede il piano, bevel, si accorcia mentre lo spessore di parete che partecipa del roll aumenta.

Quando il cavallo “sterza” la superficie più arrotondata ai quarti favorisce la manovra. Lo scalino o sporgenza della parete rispetto al piano della suola lungo tutto il perimetro assicura stabilità e direzione.                                                                                                     Fettone e barre partecipano del sostegno del peso e della stabilizzazione della traiettoria.

Non avevamo ancora parlato né di fettone né di barre. Se la parete è tenuta sotto controllo, corta, sia il fettone che le barre sono tenuti in funzione continuamente. Con il movimento le parti vengono sottoposte a continuo consumo. Materiale non si accumula e tutto lo zoccolo, si mantiene sano. A questo può concorrere l’opera di disinfezione con aceto e solfato di rame (vedi apposito articolo) di tutte le parti che appoggiano a terra.                                               Non dico che non sia necessario un intervento occasionale su fettone e barre. Trovate altre indicazioni su questo nella pagina “studio di zoccoli”. Ma si tratta di intervento occasionale e mirato. Se fettone, barre e piano della suola vengono sempre sottoposti all’intervento del coltello durante i pareggi significa che troppo viene tolto a scapito della soundness del cavallo oppure viene eliminato  materiale fradicio ed infetto che si accumula perché il cavallo vive costantemente su terreni umidi e sporchi o infine è limitato fortemente nel movimento.  Il rimedio non é il coltello. L’animale vive in condizioni misere di cui sono responsabili il proprietario o il gestore.

Con i prossimi articoli ci occuperemo direttamente ed espressamente dello zoccolo che ha abbandonato giuste proporzioni e corretta relazione fra le parti introducendo altri elementi di teoria. Nel frattempo rileggete la parte “studio di zoccoli”. Specialmente l’introduzione, suole e callosità, profondità delle lacune, sferratura.

Notate infine che abbiamo sempre lavorato “da sotto”. Con la suola del cavallo rivolta verso l’alto per intenderci. In ogni fase. E’ il modo corretto. Lavorare invece con la raspa da sopra, dall’alto verso il basso ha senso solo in particolari situazioni. Patologiche. Secondo determinate regole. Che vedremo insieme.

Ritardo nella formazione veterinaria

Nel numero 63 di “The Horse’s Hoof”, estate 2016 uno degli editori dopo avermi interpellato ha scelto di pubblicare la mia breve risposta ad una delle domande che da qualche tempo sempre più proprietari di cavalli, ed asini, si fanno non solo negli USA ma in Europa. “Sento che il mio medico non è preparato. Quale preparazione ha ricevuto. Su che libri ha studiato”.

Il barefoot, con la necessaria preparazione, tecnica, attesa, cura, accettazione del limite, l’igiene fisica e mentale che ne sono il fondamento  è un esempio della frattura che si è venuta a creare tra la scuola, i programmi, l’università ed il mondo reale.  Frattura che è comune ed appartiene alla scuola in genere ed è forse più marcata da noi in Italia.                                                                                           Tra le righe, la domanda che si fa il proprietario sempre più spesso è questa: “Il mio medico pare non comprendere  temi non appartenenti alla tecnica della produzione o all’espressione immediata della performance”.   Avevo dubbi sul fatto che una risposta così secca come quella che ho inviato fosse pubblicata. La pubblicazione, quindi la responsabilità assunta dall’editore, è prova della reale e sentita distanza che si è venuta a creare. Della necessità di adeguare programmi ed insegnamenti. Programmi che non possono comprendere le materie propedeutiche, la medicina e la produzione se non a scapito una dell’altra ma che dovrebbero almeno presentare un argomento chiave come la podologia almeno a chi sceglie di rivolgere la propria attenzione ai grandi animali di modo da non esporre chi ne incontra i problemi ad una silenziosa critica cui segue disaffezione. Grazie alla diffusione dei principi ed alle pubblicazioni facilmente reperibili di buon livello non è raro che il proprietario si trovi ad avere una conoscenza dello zoccolo superiore a quella del professionista che chiama. Una alternativa è la separazione delle competenze. Dolorosa per chi vede restringersi il campo operativo ma necessaria. E’ avvenuto ai medici con l’istituzione della nuova figura dell’odontoiatra una ventina di anni fa. Le figure del dentista e del pareggiatore sono sostanzialmente separate da quella del veterinario in vaste aree del mondo. E’ un fatto che le scuole ed i gruppi che si interessano della bocca e dello zoccolo non sono condotte da veterinari, un esempio sono Spencer La Flure e Jackson.

Da The Horse’s Hoof , estate 2016 con il cortese permesso dell’editore:

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Il pareggio in pratica – 3

presuppone lo studio dei precedenti 1 & 2

Abbiamo ridotto l’altezza dell’unghia. Abbiamo scelto di quanto tenendo conto del terreno, delle condizioni. Lo abbiamo fatto tenendo come riferimento il piano della suola, lungo tutto il suo perimetro.
Ma la suola a seconda del terreno, del movimento e dell’umidità può presentarsi coperta di materiale di diversa densità. Materiale da rimuovere quando gessoso e incoerente ma da lasciare al suo posto quando duro compatto e saldamente ancorato rappresenta una solida ed efficace protezione per una suola magari non tanto forte e spessa. Questo deposito si chiama materiale “di esfoliazione” e sarebbe abraso dal contatto con il terreno grazie ad un maggiore movimento.
Il piano della suola che vediamo può essere allora quello reale (vero) o apparente. Dobbiamo tenere in conto lo spessore del materiale di esfoliazione. Perché?
La lavorazione “di ribasso” della parete deve essere fatta con riferimento al piano reale (vero) della suola sottostante al materiale di esfoliazione altrimenti la parete rimarrà più “lunga”, suscettibile di rompersi. Lo spessore del deposito varia da pochi decimi a qualche millimetro, non è difficile indovinarlo. Basta un poco di pratica e dovrebbe essere compito del vostro insegnante o pareggiatore durante l’anno di accompagnamento al pareggio farvi notare la qualità e altezza degli eventuali depositi sulla suola “vera” e valutarne l’opportunità di rimozione.  Se non si è in grado di valutare lo spessore del materiale depositato sulla suola diventa necessario rimuoverlo ogni volta, fino a vedere la linea bianca da utilizzare come riferimento per poi accorciare la parete Questo è stato fatto per anni da  certificati pareggiatori e per anni cavalli hanno zoppicato dopo il pareggio resi sensibili a causa della rimozione del deposito sovrapposto ad una suola troppo sottile. L’aumento di sensibilità mortifica e riduce la capacità di movimento che dovrebbe stimolare la crescita di una suola più spessa.

Non togliete il deposito sotto la suola, fate muovere il cavallo e se non potete far muovere il cavallo lasciategli il deposito sotto le suole! Almeno d’estate. In linea di massima tutto ciò che non viene via con un netta piedi adoperato vigorosamente dovrebbe essere lasciato. Lasciato in attesa di una pioggia che renderà il materiale più morbido, inutile e facile da togliere.

Pensate. Se il cavallo non si muove abbastanza la sua suola non sarà delle migliori. Il movimento, la pressione che ne stimola la produzione, manca. E si riduce il consumo. La suola sarà probabilmente coperta da materiale durante la stagione secca. Anche la vostra pelle perde continuamente materiale, cellule morte, che vengono continuamente “a galla” e  perse. Se vi scottate il ricambio diventa visibile.

Il tessuto vecchio che non si stacca aiuterà la suola nella protezione del connettivo sottostante e delle strutture interne. Sul terreno duro e secco le pietre superficiali non affondano sotto il peso del cavallo. Al cambio di stagione o nel caso di una pioggia seria il terreno diventerà penetrabile e cedevole, le pietre saranno meno pericolose perchè potranno affondare o spostarsi almeno parzialmente. Non costituiranno più un ostacolo fisso. Con la pioggia il deposito sulla suola si ammorbidirà anch’esso e, non più utile meccanicamente diventerà invece motivo di proliferazione di funghi e batteri. Aiuteremo quindi il cavallo a liberarsene con il nettapiedi molto vigorosamente. Vedete che non nomino il coltello. Il coltello deve essere usato con cautela ed esperienza.

Ora, chiusa questa necessaria parentesi sulla suola torniamo alla parete e cambiamo la posizione di lavoro della raspa in modo da lavorare lungo la parete per tutto il perimetro dello zoccolo.

la rimozione di materiale lungo il perimetro. scheggiature, piccole deformazioni, accumuli in zone poco utilizzate. il fine NON è quello di rendere la parete di spessore uniforme, la parete è maggiormente spessa alla punta (o centro) come un arco o una balestra. è la successiva azione di finitura che dispone il breakover nella corretta posizione. l'insieme lascia una parete spessa e forte che non impedisce il movimento (vedi articolo successivo per la finitura)

la rimozione di materiale lungo il perimetro. scheggiature, piccole deformazioni, accumuli in zone poco utilizzate. il fine NON è quello di rendere la parete di spessore uniforme, la parete è maggiormente spessa in punta che ai quarti come un arco o una balestra. la successiva azione di finitura (bevel) che dispone il breakover nella corretta posizione da quarto a quarto passando per la punta. l’insieme lascia una parete spessa e forte che non impedisce il movimento (vedi articolo successivo per la finitura). nella fotografia l’asse minore dell’utensile è perpendicolare al piano della suola.

La corsa dell’utensile deve essere lunga e le passate sovrapposte. Altrimenti è impossibile raccordarle. Alcune imperfezioni si manifestano anche nello zoccolo migliore. Quanto più lo zoccolo è orientato in modo imperfetto tanto maggiore sarà la differenza di consumo tra la parte interna ed esterna (mediale e laterale) dello zoccolo. Dobbiamo allora lavorare la parete dalla parte che si presenta “più larga”. Il lavoro di ribasso precedente ha  posto in maggiore evidenza le imperfezioni. Per semplificare riportate idealmente sulla parte meno consumata la forma dell’altra e tenendo la raspa in posizione perpendicolare al piano della suola le bilanciate. Il fine non è quello di arrivare ad avere una parete dello stesso spessore lungo tutto il suo perimetro. Lo spessore della parete cambia procedendo dai quarti verso la punta aumentando. Una delle funzioni della parete è quella di riportare la capsula dello zoccolo alla forma di riposo dopo la deformazione subita sotto carico. La parete lavora come una balestra e le balestre sono più spesse, i fogli aumentano, man mano che si va verso il centro.

Mi rendo conto che questo può risultare in disaccordo con quanto scritto su alcuni vecchi articoli ad esempio quello di Tomas Teskey “Look at these Hooves” dove troviamo: “mi sforzo di lavorare la parete in modo che abbia lo stesso spessore lungo tutto il perimetro…”
Non mi interessa e non desidero una parete dello stesso spessore lungo tutto il perimetro, non voglio ridurne la resistenza e capacità elastica. Questo é il motivo per cui non lavoro dall’alto se non in particolari occasioni (vedi il pareggio in pratica 6).  Lavorando con la raspa come in fotografia lo spessore della massa della parete rimane sostanzialmente invariato. Abbiamo lavorato solo sugli ultimi millimetri vicini a terra. In un cavallo diritto con zoccoli simmetrici e consumo uniforme nemmeno su quelli.

Se siete confusi non preoccupatevi. Sarà tutto più chiaro quando parleremo della famosa “riduzione delle flare”.
Lavorando fino alla parte posteriore dello zoccolo da una parte e dell’altra e utilizzando se possibile alternativamente le due mani si eliminano piccole irregolarità e tutto assume un aspetto più regolare e curato.
Importante è tenere la raspa perpendicolare al piano della suola, almeno fino a quando non si è fatta sufficiente pratica. Dividendo le fasi e gli angoli di lavoro seccamente non si rischia di continuare ad asportare materiale da dove non si intende consapevolmente toglierlo. Per esempio non ridurremo ulteriormente l’altezza della parete già decisa in fase 1.

Abbiamo eseguito la “riduzione di capsula” o fase 2. Lo zoccolo è  pronto per la terza fase di lavorazione, quella di finitura della parete.